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Non so voi, ma personalmente sono convinto che viviamo in un’epoca di crisi politica, economica, culturale e soprattutto morale. Una crisi in cui l’umanità ha perso ogni punto di riferimento. Assistiamo, inerti, ad una fase di sbandamento e di totale perdita di controllo sull’andamento degli avvenimenti, un vero e proprio Dérapage.

Sarebbe il compito di chi tiene le redini del comando, dei grandi del mondo, delle potenze economico-finanziarie e degli intellettuali e pensatori del pianeta trovare delle soluzioni concrete a questa deriva e porvi un rimedio. Ma sembrano tutti distratti, guardano dall’altra parte. Come individuo non ci posso fare niente. Ma ho la facoltà, senza troppe pretese o presunzioni, di cercare almeno di raccontare il mondo che mi circonda, e provare a raccontare il Dérapage di cui stiamo diventando appassionati spettatori. Da qui la voglia di condividere questa esperienza del Blog con chi lo vorrà seguire.

Tengo a precisare infine che questo blog non rappresenta una testata giornalistica . Le immagini inserite in questo blog sono pubblicate senza alcun fine di lucro, qualora la loro pubblicazione violi diritti d’autore vogliate comunicarmelo per una pronta rimozione. Dichiaro inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi al sottoscritto, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima o criptata.

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La Libia che destabilizza L’Europa

Posted by on Ago 27, 2017 in Immigrazione, Informazione, Newsroom, Primavera araba | 1 comment

La Libia che destabilizza L’Europa

        Lettera aperta al Ministro dell’Interno Marco Minniti Gentile Ministro, Avrei voluto condividere con lei alcune mie personali considerazioni faccia a faccia durante un incontro informale fra di noi e che riguardano quello che sta succedendo in Libia da anni e quello che lei sta provando a fare per contrastare il traffico di esseri umani e il terrorismo di matrice Jihadista. Ci eravamo ripromessi di farlo quando ci siamo incontrati i primi di gennaio di quest’anno al Museo del Bardo a Tunisi, ma purtroppo non c’è stato modo per rivederci e approfondire l’argomento. Discutere di queste questioni così complesse, che l’Italia sta cercando di gestire da decenni. Da qui la mia decisione, in quanto cittadino italiano di origini tunisine e giornalista che ha girato abbastanza da quelle parti, di affidare al web quello che mi sarebbe piaciuto dirle di persona. Comincerei col dire, se me lo posso permettere intanto che lei sta lavorando molto bene per cercare di trovare delle soluzioni adeguate a questo dilemma. Sta moltiplicando le visite nei paesi che costituiscono il nocciolo duro del problema. Si è intrattenuto più volte, come ho avuto modo di seguire con i responsabili dei governi da dove parte la stragrande maggioranza dei clandestini in direzione delle coste siciliane. Inutile sottolineare il fatto che la Libia in questi anni è stato il paese che ha causato più problemi non solo all’Europa e all’Italia ma anche agli stessi migranti. Un paese che è diventato all’indomani della caduta del Colonnello Gheddafi un elemento di destabilizzazione per l’intera regione. L’aver deciso di incontrare a Roma, i sindaci delle varie città libiche, a cominciare da quelle del Fezzan, nel sud del paese nord africano è una mossa molto azzeccata. La decisione, inoltre, di tenere una riunione nella Capitale con i Ministri dell’interno di Libia, Niger, Ciad e Mali, paesi direttamente coinvolti nel grande titolo “Migrazione” rientra a mio avviso nella giusta strategia da perseguire. Soprattutto ora che la Francia di Macron si sta dando un gran da fare per tornare ad essere un attore importante nell’area del Maghreb e nel continente africano in generale. Ma oltre a questo suo grande sforzo per raggiungere gli obiettivi tracciati e garantire un minimo di successo alla missione “Libia e lotta all’immigrazione clandestina” bisognerebbe tenere sempre presente in mente due elementi fondamentali: la realtà geografica di quel paese e il caos che si è instaurato in Libia dopo la “rivoluzione del 17 febbraio 2011”. Osservazioni le mie che potrebbero sembrare così ovvie ma che a mio umile parere sia l’Italia che la Comunità Europea fanno glissare in secondo piano ogni volta che dobbiamo affrontare la questione libica. Bisogna trarre degli insegnamenti dalle esperienze del passato. Negoziare con quello che fine all’ottobre del 2011 veniva chiamato il regime di Muammar Gheddafi è sempre stata una impresa molto difficile. Lo sapevano molto bene Ronald Reagan, Nicolas Sarkozy e perfino la NATO. Dialogare o negoziare con i tanti piccoli eredi del Colonnello invece è un’impresa quasi impossibile. Ed è per questo che vanno evitati assolutamente degli schemi prêt à poter, che abbiamo imparato ad indossare per tutte le stagioni. All’indomani della caduta di Gheddafi ci siamo trovati a trattare con una infinità di persone che sono rimaste confinate per decenni all’interno dei propri territori tribali. Un popolo che è rimasto assente dalla scena internazionale...

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Tempo di Restaurazione

Posted by on Mag 31, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Tempo di Restaurazione

Ho guardato per tre giorni di fila tutte le tv egiziane per seguire l’andamento delle presidenziali. E’ stato un supplizio, ma era l’unico modo per vedere immagini dal vivo di questo importante appuntamento elettorale iniziato il 26 maggio. Due giorni prima, il candidato Abdalfattah Al-Sisi aveva auspicato, in una intervista televisiva, un’alta partecipazione dei votanti. Su 54 milioni di egiziani iscritti, il generale avrebbe gradito una affluenza pari ai 40 milioni, altrimenti si sarebbe offeso e di brutto. La risposta è arrivata però contro ogni aspettativa, e la maggior parte degli egiziani ha deciso di fare un dispettuccio ad Al-Sisi, disertando i seggi. Ai due giorni previsti inizialmente per scegliere il nuovo Capo dello Stato si è aggiunta una terza giornata. Invano. Le immagini diffuse dalle tv egiziane hanno continuato a mostrare seggi vuoti. Stando ai primi risultati ufficiosi, trapelati finora, l’ex Ministro della Difesa Al-Sisi avrebbe ottenuto oltre il 90% dei suffragi contro il 3% del suo rivale Sabbahi. Un vero e proprio plebiscito che ricorda i risultati del 2005, quando a sfidare Mubarak si presentò il fondatore del movimento Kefaya (Basta) Ayman Nour. Vinse ovviamente il Faraone d’Egitto con l’88,6% dei voti contro un misero 7,3% per il rivale, arrivato al secondo posto. Per decenni i popoli dei paesi arabo-musulmani hanno subito la tirannia dei numeri all’indomani di ogni tornata elettorale. Ma le ultime Presidenziali in Egitto hanno introdotto una novità che farà sicuramente scuola in tutto il mondo. Sì, perché è la prima volta nella storia dell’umanità che in presenza di solo due candidati, quello che perde viene classificato terzo. Direte che non può essere, invece è andata così nel nuovo Egitto di Al-Sissi. Con il 4,3% sono state le schede nulle ad arrivare al secondo posto prima del candidato Sabbahi. Eppure era riuscito ad ottenere il 20% nel primo turno delle Presidenziali del 2012. Ma quando si deve misurare con il generale che i media hanno coronato nuovo Presidente prima ancora delle elezioni allora deve uscire di scena umiliato e con le ossa completamente rotte. Torniamo ora all’unica fonte che ci ha permesso di seguire l’andamento del voto per cercare di capire quanta gente si è recata alle urne. Ebbene, girando da un canale all’altro lo spettacolo che hanno offerto i media egiziani era deludente. Un esercito di pseudo giornalisti si è mobilitato per garantire una ampia copertura del grande evento, e ogni inviato ha raccontato l’esatto opposto di quello che mostravano le telecamere presenti su tutto il territorio nazionale. Il telespettatore ha avuto modo di seguire l’operazione di voto nei 14000 seggi e si è reso conto che l’affluenza era molto bassa,  sin dal primo giorno. Ma i conduttori in studio e i commentatori invitati ad analizzare questo strano fenomeno non si sono arresi all’evidenza dei fatti. E’ stata colpa del caldo torrido e delle tempeste sabbiose che hanno impedito agli elettori di recarsi alle urne avevano avanzato alcuni esperti. Altri hanno ricordato invece che il primo giorno di voto coincideva con una ricorrenza religiosa e che la maggior parte dei 54 milioni di egiziani aventi diritto al voto era a digiuno e non aveva la forza fisica per arrivare fino ai seggi. E di fronte ad uno spettacolo analogo anche nel secondo giorno di voto, dove si vedevano solo seggi senza votanti, abbiamo sentito...

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Europee 2014, La carica dei populisti

Posted by on Mag 27, 2014 in Immigrazione | 0 comments

Europee 2014, La carica dei populisti

Senza andare a spulciare nei minimi dettagli l’esito definitivo delle elezioni europee, una rapida occhiata ai risultati forniti dal ministero dell’interno fa emergere a mio avviso due dati molto significativi. Il primo è che si sono triplicati i seggi degli euroscettici all’interno del nuovo Parlamento. Il secondo dato, che è l’altra faccia di una stessa medaglia, riguarda il voto massiccio anti-immigrati espresso in diversi paesi dell’Unione. Viene, intanto spontaneo domandarci cosa andranno a fare i nuovi eletti in un Parlamento che dicono “di voler fare esplodere”, come è il caso per esempio del partito Polacco Knp, che ha conquistato 4 seggi con il 7% dei voti. A questa domanda, prima o poi, i neo-eletti dovranno pure rispondere. Nel frattempo si sono assicurati una rendita non indifferente per i prossimi 5 anni. Desta invece preoccupazione il consenso ottenuto dai partiti xenofobi che hanno fatto della caccia agli immigrati il loro cavallo di battaglia. “Terremoto elettorale”, così viene bollato il trionfo alle europee del Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia. Il partito di estrema destra è riuscito a convincere il 25% degli elettori, che la soluzione per uscire dalla crisi che sta scuotendo il vecchio continente sarebbe quella di chiudere le frontiere agli immigrati. A cominciare dai musulmani, considerati retrogradi e terroristi. Dimenticando però di specificare che sono proprio i paesi arabo-musulmani ad essere le prime vittime del flagello del terrorismo e di Al Qaeda. La Lega Nord in Italia, Il Ppv di Wilders in Olanda, Il Partito populista “Veri finlandesi”, o il Partito della Libertà in Austria hanno cercato a loro volta di cavalcare la medesima onda di protesta. Tutti ripetono in coro che le famiglie europee non ce la fanno più economicamente ad arrivare alla terza settimana del mese. Nessuno parla invece del potere d’acquisto delle famiglie immigrate in costante calo. Nei loro comizi populisti devono sempre ricordare che la piaga della disoccupazione in Europa è tutta colpa degli immigrati. Invece di fare un processo agli istituti bancari e alle grandi multinazionali colpevoli, a detta di tutti, della crisi economica che sta vivendo l’Europa e il mondo, l’esercito dei populisti che sederà a Strasburgo preferisce volare basso. Per avere consensi ha trasformato gli immigrati in orchi da abbattere assolutamente. Secondo questi Partiti dunque bisogna procedere con l’espulsione degli extra comunitari ora che non servono più, tanto sono stati sfruttati a dovere per decenni. La forza lavoro immigrata che contribuisce alla crescita del PIL in tutta Europa, che paga le tasse e permette agli Stati Nazionali di erogare le pensioni ai cittadini europei senza avere la certezza di poter riscuotere una pensione in futuro, e che vive a stenti perché spende più dei due terzi dello stipendio a pagare l’affitto della casa o il mutuo, le bollette, la sanità pubblica e tutto il resto deve essere, secondo questi “geni” della politica completamente azzerata. Alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, hanno introdotto, all’inizio degli anni ‘90 l’obbligo del visto di ingresso per tutti i cittadini del Maghreb. L’Algeria, avvallandosi del principio di reciprocità, ha imposto a sua volta il visto ai cittadini di quei paesi. Immaginiamo ora per un attimo cosa succederebbe se i governi degli immigrati residenti in Europa dovessero lanciare una campagna anti-Europei. Una specie di legge del taglione: “Occhio per occhio, dente per dente”. Immaginiamo che...

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A scuola dei Generali

Posted by on Mag 25, 2014 in Informazione, Primavera araba | 0 comments

A scuola dei Generali

L’anno 2014, per chi lo avesse dimenticato, doveva essere l’anno delle elezioni presidenziali in Tunisia. E non parliamo di quelle che doveva indire l’Assemblea Costituente dopo aver preso in mano le redini del paese all’indomani della rivoluzione del gelsomino. Quelle sono ancora in alto mare. Ci riferiamo invece alla farsa elettorale che si doveva tenere nel 2014 per regalare un sesto mandato consecutivo al generale Zine El-Abidine Ben Alì. Un appuntamento mancato per l’ex Presidente tunisino, costretto il 14 gennaio 2011 ad eleggere domicilio in Arabia Saudita, dopo che il popolo si era ribellato contro di lui e la sua famiglia. Secondo una tradizione molto radicata nei paesi arabo-musulmani, quando in una famiglia, nasce un figlio maschio si dice che il padre si guadagna l’immortalità. Sì, perché tramandando il proprio nome, di generazione in generazione, vive per sempre. Provare a declinare questo concetto oggi, sulla concitato e confusa vita politica che stanno vivendo diversi paesi della così detta “Primavera Araba”, ci porterebbe a constatare che l’ex Presidente tunisino Ben Ali non è affatto morto, politicamente intendo. Un suo erede si sta accingendo infatti a sostituirlo, non in Tunisia ovviamente ma in Egitto. Ci dobbiamo quindi rallegrare per non aver mancato l’appuntamento con le elezioni presidenziali del 2014. Una grande festa elettorale porterà più di 50 milioni di egiziani, a recarsi alle urne per votare “Siiiiiii” al generale Abdelfattah Al-Sisi. Dopo quello che è successo di recente in Libia, e l’improvvisa apparizione del generale in congedo Khalifa Haftar sullo scacchiere politico del paese nord africano, abbiamo cominciato a sentir parlare di Al-Sisi 2. Un parallelo, che a mio avviso non regge per una serie di motivi. Ci limitiamo a citarne solo due, anche se ce ne son o tanti altri: Il primo tra tutti è che in Libia, contrariamente all’Egitto, l’istituzione militare è stata per più di 40 anni completamente marginalizzata da Gheddafi. Il secondo è che la carriera di Haftar in seno all’esercito si era fermata negli anni 80. Ci sono 18 anni di differenza d’età tra l’ex Presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Alì e l’attuale candidato alle presidenziali egiziane Abdelfattah Al-Sisi. E questo potrebbe fare del primo un “Maestro”, e del secondo un suo “Allievo”, nella scuola dei generali. I due hanno avuto una istruzione di tipo militare e hanno frequentato scuole francesi, britanniche e statunitensi. La brillante carriera di Ben Alì comincia negli anni ‘60 quando viene nominato a capo del dipartimento di sicurezza militare. Verso la fine degli anni ’70 è direttore della sicurezza nazionale, incarico che gli permetterà di raccogliere informazioni preziose relative ai dirigenti dell’apparato statale, agli uomini d’affari e ai leader dell’opposizione. Promosso prima a Ministro dell’Interno, poi a Primo Ministro, il generale Ben Alì destituisce, con un colpo di stato “medico” il padre e liberatore della patria l’oltre ottantenne Habib Bourguiba. La carriera di Abdelfattah Al-Sisi assomiglia per tanti versi a quella di Ben Alì. Dopo una lunga carriera militare, iniziata nel 1977, viene nominato capo dell’intelligence militare nel 2008 e promosso, nell’agosto del 2012 dall’allora Presidente Mohamed Morsi, Ministro della Difesa. In segno di gratitudine e per ricambiare il favore il generale, formato nei sotterranei dei servizi segreti, destituisce il 3 luglio 2013 il suo Presidente e Capo delle Forze Armate Morsi e lo confina in un luogo segreto per parecchio tempo...

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Siria, il puzzle dei Jihadisti

Posted by on Mag 23, 2014 in Informazione, Primavera araba | 0 comments

Siria, il puzzle dei Jihadisti

Un amico siriano, che vive in esilio in Austria da decenni, mi ha chiamato di recente per chiedermi di aiutarlo a diffondere un messaggio importante nei paesi del Maghreb e in particolar modo, in Tunisia. L’amico, che qui chiameremo Abdallah, è originario della città di Deir-Ezzour, nel nord-est della Siria ed è in stretto contatto con gli ufficiali dell’esercito libero siriano e con i gruppi armati dell’opposizione presenti in quella provincia. Un video pubblicato in questi giorni su you tube (https://www.youtube.com/watch?v=aINk84-ozak&feature=player_embedded) mostra alcuni giovani di origini maghrebini, che combattevano al fianco dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, mentre venivano catturati poi giustiziati dai ribelli di Sharquiya, nella provincia est di Deir Ezzour. L’appello di Abdallah è quello di lanciare una campagna di sensibilizzazione in Tunisia, Algeria, Marocco e Libia per fermare il flusso dei Jihadisti maghrebini alla volta della Siria. La pubblicazione del video sui social network ha permesso di risalire all’identità del Jihadista tunisino, nella foto, e di conoscere alcuni dettagli della sua vita. Luay Tbaibi, questo il suo nome, e ha poco più di 26 anni. E’ figlio di un padre tunisino e di una madre irachena. Subito dopo essersi laureato dall’Istituto Superiore di Scienze Applicate e di Tecnologie ha deciso di andare a combattere in Siria. Tra gli altri elementi forniti dai media tunisine scopriamo che Luay è originario di un quartiere degradato della capitale, Wad-Ellil, un covo vero e proprio di integralisti islamici nel paese. Luay non è il primo, e non sarà di certo l’ultimo tunisino, ad essersi avventurato nel pantano siriano. La lista è lunga, e una prima stima dei Jihadisti tunisini presenti in Siria fornita dal governo parla di circa 3000 combattenti, anche se non ci sono finora cifre esatte. Ma il punto è un altro. Come siamo arrivati a questa situazione, a poco più di tre anni dall’inizio della rivolta popolare contro il regime di Assad ? Durante i miei viaggi in Siria, dall’aprile del 2012 e fino al mese di marzo 2013, mi è capitato di incontrare combattenti stranieri nelle fila dell’opposizione armata. Ricordo due tunisini, originari della Città di Jendouba, che si sono uniti ai ribelli di Kfar Takharim, nella provincia di Idlib. Quando sono tornato nello stesso villaggio, un anno dopo, mi hanno raccontato che si sono fatti esplodere in un check point dell’esercito regolare ad Aleppo. Al loro posto, ho incontrato altri Jihadisti stranieri tra cui una decina di tunisini, tutti affiliati a gruppi estremisti. Uno di loro aveva stimato allora, e stiamo parlando di marzo 2013, il numero complessivo dei combattenti tunisini in tutta la Siria a qualche centinaio. Dall’inizio della rivolta armata e fino all’inizio del 2013, tutti i Jihadisti che entravano in Siria, dopo aver fatto tappa di solito in Libia, per combattere contro il regime si aggregavano nella maggior parte dei casi al Fronte islamico Al-Nusra. Un gruppo armato, composto nella maggior parte dei casi da siriani e da un numero molto ridotto di stranieri, Gli Ansar. In arabo vuol dire “i Sostenitori in guerra”, chiamati alle armi per soccorrere i loro fratelli più deboli. Da testimone oculare posso affermare che sono stati lo zoccolo duro della resistenza armata fino a un anno e mezzo fa. Il fronte Al-Nusra era riuscito ad infliggere grosse perdite alle forze governative e aveva soprattutto impedito...

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Libia, piccoli Gheddafi crescono

Posted by on Mag 21, 2014 in Informazione, Primavera araba | 0 comments

Libia, piccoli Gheddafi crescono

Archiviata l’era del Colonnello, a suon di bombardamenti degli aerei della Nato, sembra che si stia profilando in Libia un’era nuova, guidata questa volta da un Generale. Si tratta di Khalifa Haftar, l’uomo, che alcuni osservatori occidentali cominciano già a paragonare ad Al-Sisi, fautore del golpe del 3 luglio dell’anno scorso in Egitto, e che una parte della popolazione libica definisce come un militare fallito. Haftar aveva già perso la guerra tra Libia e Chad negli anni 80, quando era comandante nell’esercito libico di Gheddafi, ma ora vuole vincere questa sua nuova battaglia. Tant’è, che anche se è un generale in congedo, l’uomo continua ad indossare la divisa militare. Per fare cosa ? liberare, a suo dire, il paese dai terroristi. E quando i media occidentali parlano di lui, mettono in evidenza che ha vissuto per 20 anni in esilio negli Stati Uniti, e che abitava, insieme alla sua famiglia in una casa che dista pochi chilometri dalla sede della CIA. Un indizio che ha portato tanti analisti ad affermare che dietro i recenti eventi, che stanno facendo ripiombare il paese nord africano nel caos, ci sarebbe lo zampino dell’amministrazione statunitense. Il clima di instabilità e di insicurezza che ha conosciuto la Libia del post Rais, aveva preoccupato non poco sia le grandi potenze sia i paesi confinanti, come Tunisia, Egitto e Algeria. La città di Bengasi, culla della rivolta popolare contro Gheddafi, si è trasformata con il passare del tempo in una vera e propria polveriera. Basti pensare all’attacco contro il consolato statunitense e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens l’11 settembre 2012. Attentati contro le basi dell’esercito e contro le sedi delle forze di sicurezza sono stati all’ordine del giorno per parecchio tempo. E A tutto questo il generale Haftar vuole mettere la parola fine. L’offensiva di Haftar è innanzitutto rivolta contro il potere centrale a Tripoli. La manovra parte però dalla sua regione, la Cirenaica dove può contare sull’appoggio delle tribù dell’Est. Un aereo da combattimento libico decolla, venerdì 16 maggio dalla base militare di Bnina, su ordine del generale e bombarda alcune postazioni delle milizie di Ansar Al-Sharia. Dopo il raid aereo cominciano violenti combattimenti tra il gruppo paramilitare, guidato da Haftar e le varie milizie armate che controllano la città. Due giorni dopo quell’incredibile raid aereo, che è stato condannato sia dal governo ballerino sia dal presidente dell’Assemblea Nazionale, ecco che lo scontro si sposta nel cuore della capitale. Un convoglio militare composto dalle tre principali milizie di Zenten, alleate di Haftar, si dirige verso la sede del parlamento. I miliziani fanno irruzione all’interno dell’edificio e prendono in ostaggio alcuni membri dell’Assemblea prima di fare rientro nelle loro basi, alle porte di Tripoli. Ma è da Bengasi e per la seconda volta in poco più di tre anni che comincia la ribellione. Il colonnello Gheddafi aveva cercato nel 2011 di reprimere nel sangue e con la forza delle armi un’insurrezione popolare. Il convoglio che ha mandato a punire la città di Bengasi è stato sterminato il 19 marzo grazie all’intervento della Nato. Poco tempo dopo sono cominciate le defezioni e alla fine il dittatore è stato ucciso nella sua città natale a Sirte. Oggi ci troviamo di fronte ad un generale in congedo, già capo dell’opposizione armata contro Gheddafi, che intende usare la forza per sradicare, a...

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Egitto, Sisi yes, Morsi no

Posted by on Mag 19, 2014 in Informazione, Primavera araba | 0 comments

Egitto, Sisi yes, Morsi no

L’ultima volta che sono stato in Egitto era nel giugno del 2012 durante il ballottaggio alle prime elezioni presidenziali, dopo la rivoluzione del 25 gennaio. Vinse allora il candidato dei fratelli musulmani Mohamed Morsi con il 51%. Ricordo di aver detto in uno dei miei tanti collegamenti dalla capitale egiziana che la gente aveva votato contro il candidato Ahmed Shafiq, ultimo premier dell’era Mubarak, e non a favore di Morsi. Un anno dopo il suo insediamento, il primo Presidente eletto democraticamente fu destituito dal suo ministro della difesa Abdelfattah Al-Sisi. A meno di due anni da quella tornata elettorale, il popolo egiziano si sta preparando per tornare alle urne il 26 e il 27 maggio per eleggere un nuovo Capo dello Stato. Sul campo ci sono solo due contendenti: Abdelfattah Al-Sisi, l’uomo forte dell’esercito ed ex capo dei servizi militari durante il regno di Mubarak, e Hamdine Sabbahi esponente di spicco della sinistra, arrivato terzo nelle elezioni del 2012. Il risultato di questa farsa elettorale, dicono in tanti sembra scontato. Il futuro faraone d’Egitto sarà senz’altro il Maresciallo Al-Sisi. Quello che potrebbe suscitare stupore e curiosità invece è il modo innovativo con cui il candidato dell’esercito intende portare avanti la sua campagna elettorale. Nel suo discorso a reti unificate per annunciare la sua candidatura, Al-Sisi ha chiarito subito che non ha intenzione di fare una campagna elettorale tradizionale. Non c’è bisogna quindi di presentare un programma, e questo a suo dire per non provocare inutili discussioni in seno alla società egiziana. Uno dei responsabili della sua Campagna è stato ancora più esplicito, e ha spiegato in un programma televisivo, diffuso da una tv privata egiziana, che il Maresciallo non vuole fare promesse come fa il suo rivale Sabbahi, per non deludere gli elettori. L’uomo della provvidenza Al-Sisi, ha continuato il portavoce, avrebbe una “Visione” del suo futuro incarico da Capo dello Stato, al posto di un programma chiaro e ben definito. La stessa parola “visione” è stato usato anche da Al-Sisi, ma in un altro contesto. Era quando confessava ad un suo intervistatore di aver sognato di essere diventato Presidente dell’Egitto. Ora, per chi non consoce la lingua araba bisogna precisare che la parola “visione”, pronunciata nello stesso modo ma scritta in due modi diversi, ha due significati: Il primo, a cui si riferisce il portavoce della campagna, vuol dire avere una concezione di come si gestiscono le redini di un paese. Il secondo, attribuito a Al-Sissi, vuol dire vedere in sogno una specie di profezia. Chissà, magari l’arcangelo Gabriele gli è parso all’improvviso, come se fosse il profeta dei tempi moderni e gli ha indicato la strada da seguire. Sta di fatto che il popolo egiziano, a questo punto, dovrà avere fiducia nella concezione Sisiana e fare del sogno del Maresciallo quello dell’intera nazione. Una campagna elettorale quindi, quella di Al-Sisi all’insegna dell’ inventiva e che farà scuola sicuramente. E’ la prima volta per esempio che un candidato alla corsa presidenziale decide di non apparire in pubblico. Invece di immischiarsi con la folla, come fa l’altro candidato Sabbahi, Al-Sisi preferisce comunicare con il popolo attraverso i talk show, registrati negli studi delle televisioni amiche oppure incontrando alcuni esponenti ben scelti della società civile in qualche salottino, all’interno del Ministero della Difesa o di altri palazzi del potere. Lo...

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Sguardo italiano e identità dell’altro

Posted by on Mag 14, 2014 in Immigrazione, Informazione | 0 comments

Sguardo italiano e identità dell’altro

Quando una persona lascia il proprio paese per andare a vivere altrove si ritrova inevitabilmente a confronto con una realtà che non somiglia a quella che lascia alle sue spalle e costretto ad imparare altre lingue, altri linguaggi, altri codici. Appena l’emigrante varca la soglia d’ingresso del paese ospitante e veste l’abito dell’immigrato diventa subito l’oggetto di vari interrogativi da parte dei suoi acquisiti concittadini; e il principale soggetto di una nuova, lenta e progressiva trasformazione caratteriale nell’arduo tentativo di poter aderire in pieno alla nuova società che lo ha accolto. Come un accusato in un’aula di tribunale l’immigrato subisce i più disparati tipi di domande; e come una spugna comincia ad assorbire, consciamente o inconsciamente gli usi, le abitudini, e i modi di espressione di chi lo circonda nel suo nuovo universo. Nell’introduzione al suo saggio « identités meurtrieres » uscito in Francia nel 1998 presso la casa editrice Editions Grasset & Fasquelle, lo scrittore libanese Amin Maalouf scrive quanto segue: “ Da quando ho lasciato il Libano nel 1976 per trasferirmi in Francia, mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi “più francese” o “più libanese”. Rispondo invariabilmente: “L’uno e l’altro!”. Non per scrupolo di equilibrio o di equità, ma perché, rispondendo in maniera differente, mentirei” Un’analoga domanda mi è stata posta più volte, e immagino sia stata posta a tanti altri immigrati come me che vivono e lavorano in Italia. E non vorrei dilungarmi qui sul tipo di risposta che viene data di solito ad una domanda del genere. Non credo ne valga la pena. Quello che invece mi ha sempre appassionato, in quanto nuovo arrivato, e attento osservatore di quello che mi succede intorno, è stato il modo di comunicare fra la gente. Per venti anni ho avuto una strana reazione ogni volta che ho sentito qualcuno dire, rivolgendosi al suo interlocutore la seguente espressione: “ ma che parli arabo”. La mia non era la reazione di una persona offesa, e non derivava dal fatto che io sia “anche” arabo, ma dal forte significato rivelatore che si cela dietro una simile esclamazione. Il primo e più importante insegnamento che ho tratto da situazioni del genere è stata la scoperta dell’esistenza di un problema di comunicazione fra la gente. Questo problema viene accentuato ancora di più quando la comunicazione avviene fra un autoctono e uno straniero. Usare l’espressione “ma che parli arabo” mi ha svelato come in Italia esiste a priori una forte resistenza all’apertura nei confronti dell’altro, del diverso, di ciò che non si conosce. Usare la metafora della lingua araba, in quanto lingua inaccessibile ai più, quando si vuole sottolineare l’ambiguità, l’incomprensione o l’irrazionalità di un discorso denota a mio avviso il rifiuto in partenza da parte del ricevitore di posare uno sguardo più attento verso l’esterno e di dotarsi di adeguati mezzi per poter decodificare il messaggio del trasmettitore. La resistenza all’apertura e il rifiuto di comprendere il diverso si possono riscontrare ogni qual volta si parla di un argomento cosi complesso come quello dell’immigrazione. Non è un caso che abbia citato l’autore libanese Amin Maalouf, e il suo saggio “identités meurtrieres” che considero una autorevole referenza per chi vuole approfondire tematiche come quella su “migrazioni e identità”. L’importanza del suo testo non risiede per quanto mi riguarda...

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Il mio primo viaggio

Posted by on Mag 14, 2014 in Islam | 0 comments

Il mio primo viaggio

La Hall dell’albergo Marriott di Jedda era in subbuglio, sembra sia un’abitudine consolidata in questo periodo dell’anno vedere scene di questo tipo. Un gran numero di lavoratori asiatici si davano un gran da fare per caricare i carrelli dei nuovi arrivati prima di portarli nelle camere appena assegnate. I volti sono quelli di persone che appartengono ai quattro angoli del pianeta. Fra di loro anche imprenditori sauditi in provenienza da Ryadh, Medina e altre città della penisola arabica. Donne saudite con viso e capelli scoperti schiamazzavano, in mano buste piene di nuovi acquisti griffati. Un crocevia impressionante di facce, idiomi e culture diverse. Uno spettacolo a cui uno occidentale come me non era abituato. Nel mio immaginario e in quello di tanti europei come me, all’Arabia sono sempre stati associati immagini e concetti diversi. Direi solo alcuni preconcetti: Petrolio, ricchezza sfrenata, cammelli, dune di sabbia e donne chiuse dentro casa e frustate. Alla folla che stanziava di fronte alla reception dell’albergo continuava ad aggiungersi altra gente. Il colore bianco era quello dominante. Centinaia di migliaia di persone avevano accolto l’appello del signore per venire in questa terra benedetta e compiere il pellegrinaggio alla Mecca, il quinto pilastro della religione musulmana. Ripetevano in coro Labbayka allahomma Labbayk, l’invocazione tradizionale di risposta all’appello lanciato da Abramo : “Eccomi a Te, mio Signore, eccomi a Te ! Eccomi a Te, Tu non hai associati. Eccomi a Te. Certo Tua è la Lode, Tuoi la Grazia e il Regno. Non hai associati”. Un canto che il pellegrino deve ripetere dal momento in cui indossa l’Ihram, un vestito speciale bianco per l’uomo composto di due pezzi di stoffa senza cuciture, e un abito normale per la donna che deve lasciare scoperto il volto e le mani. Insieme a quel canto mi era sembrato di udire ad un certo punto una voce familiare, quella di un mio connazionale che era appena arrivato dall’Italia. Il suo modo di gesticolare mentre parlava al cellulare non lasciava dubbi sulla sua italianità. Sembrava impacciato mentre cercava di portare avanti la conversazione che intratteneva al telefono, compilando contemporaneamente il modulo che viene di solito dato in albergo per scrivere le proprie generalità. L’incontro con Sandro avvenne poche ore dopo. Mi ero appena seduto al tavolo del ristorante al primo piano del Marriott quando l’ho visto entrare. Continuava a muoversi in modo agitato guardandosi intorno con aria smarrita. Il mio invito nella lingua di Dante a sedersi vicino a me lo ha colto di sorpresa. In meno di trenta secondi si era piazzato al mio tavolo e come un razzo si era messo a raccontarmi la sua vita. Stare seduto li ad ascoltare un grande chiacchierone come Sandro era molto piacevole. Mi aveva fatto per un attimo viaggiare a ritroso nel tempo. Ero giunto da pochi giorni in Arabia Saudita e il mio legame con l’Italia si era messo come per miracolo in stato di pausa. Ora vedevo quello che avevo lasciato alle mie spalle con maggiore lucidità e chiarezza. La vita frenetica che conducevo e il costante correre da un ufficio all’altro per sbrigare varie vicende amministrative. Le ore e ore trascorse in macchina intrappolato in mezzo al traffico di Roma, e le lunghe e estenuanti file per pagare una bolletta all’ufficio postale oppure per cambiare un assegno in banca....

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Siria, Il cimitero dei giornalisti

Posted by on Mag 10, 2014 in Informazione, Primavera araba | 0 comments

Siria, Il cimitero dei giornalisti

Aprile 2012 Il Presidente siriano Bashar Al Assad sembra aver imparato parecchio dalle così dette rivoluzioni della primavera araba, scoppiate in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen. Dopo la fuga dell’ex Presidente tunisino Ben Alì e le dimissioni del Faraone d’Egitto Hosni Mubarak il regime siriano ha capito, che per poter rimanere in sella, bisognava impedire ai media di raccontare quello che accade realmente all’interno del paese. La massiccia militarizzazione dell’intero paese per soffocare alla nascita le prime manifestazioni di protesta a Deraa, nel sud del paese, doveva rimanere un affare interno. Nessuna telecamera straniera poteva accedere in Siria per riprendere i bombardamenti, i raid aerei e gli arresti di massa da parte delle forze di sicurezza, impegnate a far tacere le contestazioni di un popolo che ha deciso di ribellarsi, sceso in piazza per rivendicare il suo diritto alla libertà e alla dignità. Per mesi la crisi siriana è stata raccontata dalla periferia. Corrispondenti e inviati di mezzo mondo sono corsi in Turchia, Libano e Giordania, lungo la linea di confine siriana per raccontare l’esodo di migliaia di profughi in fuga dalla violenza e dai continui bombardamenti dell’esercito regolare. Un esercito di giornalisti free lance si è mosso a sua volta, scegliendo soprattutto la Turchia come luogo di raccolta, pronto a varcare il confine e fare il suo ingresso nel paese Mediorientale. Ma il massiccio presidio dei carri armati del regime, l’invio di nuove truppe dell’esercito siriano lungo la linea di confine, e la semina di mine anti persone nei pressi del confine con la Turchia e il Libano hanno avuto la meglio e impedito ai più di tentare l’avventura. I pochi giornalisti che hanno sfidato l’embargo mediatico imposto dal regime come il francese Remy Oshlik, o la statunitense Marie Colvin hanno pagato un caro prezzo, perdendo la propria vita a Homs. Anche chi ha scelto, tra gli inviati di entrare con un visto regolare nel paese, come il giornalista di France 2 Gilles Jacquier, non è stato risparmiato. Jaquier è stato raggiunto da un razzo mentre riprendeva un corteo pro Assad a Homs, la città simbolo della rivoluzione diventata anche il cimitero dei giornalisti stranieri. Gli inviati in Siria che non sono stati uccisi hanno lasciato il paese con un bel ricordo: una ferita almeno oppure un organo rotto. Colpire uno per educarne cento. Questo sembra essere stato il motto di Bashar Al assad che si è subito reso conto della pericolosità dei mezzi di comunicazione. Il regime siriano era riuscito a terrorizzare per decenni il proprio popolo, che ha subito a lungo tutti i tipi di malversazione. Tanta gente che abbiamo incontrato nei vari villaggi in Provincia di idlib sembrano ancora spaventati da eventuali ritorsioni che il regime potrebbe infliggere ancora agli abitanti. I civili con cui abbiamo parlato, visitando i Villaggi di kafar Takharim, Taftanaz, Killi, Ram Himdane e altri hanno sempre preferito non apparire in video. Parlano di “rivolta orfana” che fa temere loro rappresaglie da parte delle forze di sicurezza del governo e delle sue milizie armate. Gli insorti siriani dicono di non avere paura di morire ma sono terrorizzati dall’idea di finire nelle mani dei servizi segreti del regime. A forza di sentire storie sui metodi di tortura usati nei commissariati di polizia e nelle prigioni siriane, ho cominciato pure io a preferire...

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