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Non so voi, ma personalmente sono convinto che viviamo in un’epoca di crisi politica, economica, culturale e soprattutto morale. Una crisi in cui l’umanità ha perso ogni punto di riferimento. Assistiamo, inerti, ad una fase di sbandamento e di totale perdita di controllo sull’andamento degli avvenimenti, un vero e proprio Dérapage.

Sarebbe il compito di chi tiene le redini del comando, dei grandi del mondo, delle potenze economico-finanziarie e degli intellettuali e pensatori del pianeta trovare delle soluzioni concrete a questa deriva e porvi un rimedio. Ma sembrano tutti distratti, guardano dall’altra parte. Come individuo non ci posso fare niente. Ma ho la facoltà, senza troppe pretese o presunzioni, di cercare almeno di raccontare il mondo che mi circonda, e provare a raccontare il Dérapage di cui stiamo diventando appassionati spettatori. Da qui la voglia di condividere questa esperienza del Blog con chi lo vorrà seguire.

Tengo a precisare infine che questo blog non rappresenta una testata giornalistica . Le immagini inserite in questo blog sono pubblicate senza alcun fine di lucro, qualora la loro pubblicazione violi diritti d’autore vogliate comunicarmelo per una pronta rimozione. Dichiaro inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi al sottoscritto, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima o criptata.

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Siria, Confini chiusi ai giornalisti

Posted by on Mag 10, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Siria, Confini chiusi ai giornalisti

Aprile 2012 13 mesi dopo l’inizio della rivolta popolare in Siria il regime di Bashar Al Assad continua a tenere i confini del paese chiusi di fronte alle tante richieste di giornalisti occidentali e non che vogliono recarsi nel paese Mediorientale. Le precedenti così dette rivoluzioni che hanno scosso paesi come Tunisia, Egitto e Libia hanno servito da lezione. Le telecamere dei media sono diventate più pericolose di qualsiasi altro tipo di armamento per i regimi dittatoriali. Alcuni colleghi come il francese Remy Oshlik, la statunitense Marie Colvin o altri ancora, che hanno osato sfidare l’embargo mediatico, e che ora riposano in pace, ne hanno pagato le conseguenze con la propria vita. I colleghi caduti sul campo e quelli rimasti feriti durante i bombardamenti di Homs, sembrano aver servito da lezione ad altri colleghi. Ora i giornalisti devono pensare un miliardo di volte prima di entrare in Siria. Il messaggio sembra essere stato recepito, eccome! Per avere immagini dall’interno della Siria bisogna cercare video di attivisti su You Tube, mostrano la brutalità con la quale la macchina bellica del regime sta tentando di reprimere la ribellione. Di tanto in tanto qualche giornalista temerario riusciva a varcare il confine clandestinamente, per poco tempo, riuscendo a portare a casa immagini quasi rubate che raccontano la sofferenza del popolo siriano. Ma da metà marzo, quando le forze di sicurezza del regime hanno cominciato la loro avanzata in direzione della provincia di Idlib, nel nord ovest del paese, spingendosi fino alla linea di confine della vicina Turchia l’accesso in territorio siriano è diventato impossibile. Centinaia di mezzi blindati e migliaia di soldati siriani stanziano oramai lungo il confine per impedire, a detta del regime, l’infiltrazione di terroristi. E per intimorire di più chi ha ancora dubbi sulle intenzione del governo di damsco l’esercito regolare non ha esitato ad aprire il fuoco, giorni fa contro i rifugiati siriani ospitati nel campo profughi di Killis che dista pochi centinaia di metri dalla linea di confine. Presente con un discreto numero di operatori e di giornalisti, nei paesi della così primavera araba, l’emittente pan-araba al Jazeera ha avuto a sua volta difficoltà nel seguire gli eventi della crisi siriana dall’interno del paese. Due dei suoi giornalisti sono riusciti ad entrare in Siria accompagnati dai alcuni membri dell’esercito libero siriano per pochi giorni e a realizzare alcuni servizi. Ma siccome la televisione si fa ogni giorno, e che bisogna avere immagini fresche di quello che accade all’interno, l’mittente ha trovato la geniale idea di creare una rete di corrispondenti siriani residenti in diverse province del paese. I nuovi soldati mediatici sono diventati una delle poche fonti a cui attingere per seguire gli sviluppi sul campo. Dotati di apparecchiature di comunicazione moderne, fatte arrivare in territorio siriano, questi giovani si spostano da un quartiere all’altro di Homs, Halab, e Hama e riprendono quello che accade quasi in tempo reale. Le apparecchiature satellitari che usano consente loro delle volte di assicurare la messa in onda, in leggera differita, di manifestazioni che si organizzano nel paese. La febbre di voler documentare con le immagini e raccontare la sofferenze del popolo siriano sembra aver contagiato i rifugiati siriani che hanno eletto residenza, contro la propria volontà in Turchia. Non c’è un rifugiato con cui abbia parlato che non mi abbia chiesto...

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Libia, L’ultimatum di Gheddafi a Misurata

Posted by on Mag 9, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Libia, L’ultimatum di Gheddafi a Misurata

Maggio 2011 Il giorno della scadenza dell’ultimatum dato da Gheddafi agli insorti di Misurata per deporre le armi ha conosciuto una calma senza precedente. E’ stato forse il giorno più tranquillo da quando sono arrivato nella città. Dopo aver lanciato pochi razzi Grad e alcuni colpi di mortaio la macchina bellica delle brigate di Muammar Gheddafi è stata costretta a tacere per l’intera giornata. Questa volta dicono i ribelli, gli aeri della Nato, che in Libia le persone anziane chiamano le nostre forze aerei hanno fatto bene il loro lavoro. Un combattente tornato dal fronte mi ha raccontato i dettagli della battaglia che si è consumata martedì 3 maggio a Mazraet Suihli, a Ghiran, sud di Misurata. Nell’azienda agricola che una volta era di proprietà del Conte Giuseppe Volpi, governatore della Tripolitania tra il 1921 e il 1925, almeno una trentina di miliziani sono rimasti uccisi. Mohamed e i suoi compagni, una ventina, erano a 200 metri dalle brigate di Gheddafi. Durante lo scontro a fuoco ha sentito uno di loro ordinare di non lasciare i cadaveri dei miliziani sul campo di battaglia. Mohamed descrive i lealisti con i quali c’è stato lo scontro a fuoco come dei codardi e degli incapaci. Erano terrorizzati e guidavano i veicoli militari come se fossero dei principianti. Alcuni di loro hanno addirittura fatto incastrare i mezzi militare nella sabbia e sono stati costretti ad abbandonarli di corsa. Per ripiegare hanno fatto azionare una batteria lancia missili Grad di piccola dimensione, chiamata Rajima. Già perché a Gheddafi, piace sperimentare armi di diverse dimensioni per dimostrare l’affetto che dice di nutrire per i suoi figli di Misurata. La giornata di Mercoledì 4 maggio è già iniziata e i ribelli di Misurata non si sono arresi come intimava loro il regime libico per avere la vita salva. Da due giorni è stato imposto il coprifuoco nella città dalle otto di sera fino alle otto di mattina. Si cerca di identificare e in fretta le cellule lealiste dormienti rimaste ancora a Misurata. Sono quelli che costituiscono il maggiore pericolo per gli abitanti. Riescono a comunicare tutti i movimenti degli insorti al regime e a sferrare attacchi mirati con missili RPG dall’interno. Il problema è che nessuno è in grado di identificarli facilmente. Alcuni di loro hanno raggiunto i ribelli sul fronte, e alla prima occasione hanno rivolto a tradimento le loro armi contro gli insorti. Nella casa dove ho alloggiato in questi giorni a Misurata ci sono ragazzi arrivati da Bengasi per documentare le atrocità compiute dal regime contro una città assediata e costantemente bombardata dalle brigate di Gheddafi. C’è anche un collega francese free lance, due spagnoli e l’inviata del sunday times. Un centro operativo è stato allestito in una grande stanza per coordinare le azioni dei combattenti sul fronte. Ogni giorno c’è un via vai di gente. E all’ingresso cinque membri del comitato militare si alternano per garantire la nostra sicurezza e quella di chi frequenta questo posto. La nave Red Star one costretta a rimanere al largo di misurata da sabato 30 aprile ha avuto mercoledì 4 maggio l’autorizzazione per attraccare e potrebbe entrare in porto nella giornata. Svuoterà il suo carico e imbarcherà una trentina di feriti, un migliaio di profughi africani e una ventina di giornalisti. Ho sempre odiato i momenti...

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Libia, La resistenza di Misurata

Posted by on Mag 9, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Libia, La resistenza di Misurata

Maggio 2011. Martedì 3 maggio scade l’ultimatum dato da Gheddafi agli insorti di Misurata per deporre gli armi. Chi obbedisce, ha detto nel suo ultimo discorso diffuso dalla tv di stato, avrà la vita salva. Un discorso in totale contraddizione con quello che succede sul campo di battaglia. I bombardamenti delle brigate di Gheddafi non sono mai cessati sulla città e il numero delle vittime tra i civile è in costante aumento. Sia da una parte che dall’altra regna un clima di attesa. Per le truppe del colonnello, la missione sarebbe quello di dare l’assalto finale, per gli insorti l’imperativo sarebbe quello di una resistenza ad oltranza. Intanto sul campo di battaglia si continua a combattere senza sosta. Diversi fronti sono ancora aperti. Quello a sud di Misurata, dove c’è l’aeroporto e l’accademia dell’aeronautica in prossimità di Ghiran, teatro di scontri armati nella giornata di lunedì 2 maggio tra i ribelli e le truppe governative del regime libico. Ad est, dalle parti di Karzaz e di Tommina, dove vengono lanciati i razzi in direzione del porto della città. Infine, ad ovest, dove si attende una massiccia avanzata di mezzi militari delle milizie di Gheddafi in provenienza di Zliten e di Dafnia. Su quest’ultimo fronte testimoni oculari hanno riportato che gli uomini di Gheddafi che stanziano nell’area, si muovono indossando maschere anti-gas. L’ennesimo disperato tentativo del regime, commenta uno dei capi degli insorti di Misurata per spaventare ulteriormente gli abitanti e farsi aprire la strada per entrare nel centro della città. Più di un combattente incontrato sul fronte mi ha espresso il desiderio di avanzare in direzione delle postazioni nemiche e forzare le brigate di Gheddafi a retrocedere per ridurre l’entità dei danni causati dai razzi sui civili. Ma alcuni capi degli insorti ci dicono che dal comando della Nato è stato dato l’ordine ai ribelli di non oltrepassare delle linee prefissate e questo non solo a Misurata ma anche sul versante est, dalle parti di Jdabia e di Brega, a circa 300 chilometri di Sirte. Ma a Misurata ci sono a volte anche delle buone notizie come quelle dei bombardamenti Nato, lunedì 2 maggio, di importanti postazioni delle milizie di Gheddafi e la distruzione di un numero non indifferente del loro arsenale bellico usato in modo indiscriminato per causare più danni possibili alla città e ai suoi abitanti. L’ospedale Hikma è strapieno di civili feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni che necessitano un’immediata evacuazione verso ospedali più attrezzati. Ma per poterlo fare bisogna che la nave Red Star 1 che si trova a largo di Misurata da sabato 30 aprile abbia il via libera dalla Nato e dalle autorità portuali per attraccare. Ho avuto modo in questi giorni trascorsi a Misurata nel bel mezzo di una guerra vera e propria di conoscere meglio i libici in generale e gli abitanti di Misurata in particolare. Prima di arrivare qui avevo alcuni pregiudizi nei confronti di un popolo rimasto in silenzio per decenni sotto la dittatura di Muammar Gheddafi. Una dittatura diffusa per decenni nell’intera regione del Maghreb. Cito soprattutto i tunisini per le mie origini non per altro. Il cittadino libico era in passato soggetto di scherno da parte del tunisino che gli domandava di abbassarsi ancora di più davanti alla tirannia di Gheddafi per permettere alla rivoluzione del...

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Misurata, Una città assediata

Posted by on Mag 9, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Misurata, Una città assediata

Fine aprile 2011. Sentire a Misurata l’esplosione di razzi Grad, di colpi di mortaio o di artiglieria pesante a pochi metri di distanza non è un evento al quale ti abitui facilmente. Soprattutto quando si tratta della prima volta. Confesso che prima di arrivare qui avevo tutta un’altra idea sul andamento della guerra in Libia. C’erano troppi lati oscuri che non riuscivo a decifrare perché ero troppo lontano fisicamente dal luogo degli eventi. Ora alcuni tasselli mancanti cominciano a ricomporsi per permettere di vedere le cose con maggiore chiarezza. Ci sono nella maggior parte dei casi, sui vari fronti dei combattimenti, dei volontari che non hanno mai partecipato ad un addestramento militare in passato. Giovani che si sono ritrovati dal giorno all’indomani ad usare un’arma da fuoco, che prendono in mano per la prima volta. Superato il momento del primo contatto con quel ferro, li vedi in giro atteggiarsi come dei veri combattenti. Ma in realtà manca loro l’esperienza del vero guerrigliero. E questo ha portato più volte alla perdita di decine di insorti sui campi di battaglia. Quello che distingue comunque questa gente è che una volta imbracciato il kalashnikov smette di avere paura della morte. I combattenti di Misurata dicono di essere pronti ad uno scontro diretto con le brigate di Gheddafi. E dopo aver liberato la città completamente dai cecchini e dalle truppe governative, conquistano nuovi territori sul fronte. Lo fanno dalla parte ovest della città, dove si trova l’ostacolo maggiore per avanzare verso Zliten che si trova a 40 chilometri da Misurata e a 160 chilometri circa da Tripoli ; un ostacolo costituito dall’accademia aeronautica libica e da una fabbrica di scarpe dove sono concentrati centinaia di milizie di Gheddafi. L’errore che gli insorti non devono fare però, è quello di non avanzare troppo in fretta. Dalla parte est di misurata l’obiettivo dei ribelli è quello di difendere le postazioni conquistate e non andare oltre. Bisogna assolutamente mantenere il totale controllo del porto della città rimasto l’unico punto di accesso per qualsiasi tipo di aiuto o di rifornimento. La frustrazione maggiore che si sente in città è quella di essere quotidianamente bersaglio facile per i razzi Grad, e l’artiglieria pesante delle brigate di Gheddafi. Sono razzi che vengono lanciati da lontano in modo indiscriminato e possono colpire chiunque. La gente dice che l’obiettivo principale di Gheddafi ora è quello di vendicarsi dopo aver perso Misurata e di terrorizzare la popolazione civile. Preoccupano anche i lanci da dentro Misurata di missili che finora hanno fatto diversi vittime tra morti e feriti. Vengono usati da alcuni collaboratori del regime. Tre di loro sono stati catturati giovedì 28 aprile dagli insorti. Ma ce ne sono altri che stanno riuscendo ancora a immischiarsi in mezzo ai ribelli e a colpire a tradimento. Quello della quinta colonna a Misurata è il problema più serio che i ribelli devono risolvere al più presto. Ma in un paese come la Libia, dove ha regnato un colonnello come Gheddafi per decenni, c’è il rischio di impiegare parecchio tempo prima di venire a capo di tutti gli...

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Libia, La prima volta a Misurata

Posted by on Mag 9, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Libia, La prima volta a Misurata

Fine aprile 2011 Ci sono voluto 38 ore di navigazione da Bengasi per raggiungere la città libica di Misurata. La Red Star 1 noleggiata dall’organizzazione internazionale per le migrazioni con bandiera Panamense è rimasta l’unica nave a garantire l’arrivo, ad un città assediata dalle brigate di Gheddafi, di aiuti umanitari e non solo. Oltre ai pochi giornalisti a Bordo, c’erano medici, rappresentanti di vari Ong, e giovani libici volontari diretti al fronte. Nella stiva qualcuno ci ha anche detto che c’erano armi destinati ai rivoltosi. A garantire l’incolumità dei giornalisti britannici mandati a Misurata c’erano due guardie del corpo statunitensi. Appena scendiamo dalla nave ci rendiamo conto dell’entità dei danni subiti dal porto dopo ore e ore di continui bombardamenti da parte delle truppe lealiste di Gheddafi. Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 127 veicoli civili, con a bordo armi pesanti militari partiti dalla città di Sirte hanno tentato di avanzare dalla parte est di Misurata per tagliare la strada una volta per tutti all’arrivo di nuovi aiuti agli insorti. Ma dopo essere riusciti a conquistare la zona che dista solo due chilometri dal porto, le brigate di Gheddafi sono state costrette a ritirarsi, dopo l’intervento degli aeri della Nato che hanno bombardato le loro postazioni. Ma succede a volte che gli aeri della Nato sbaglino bersaglio e colpiscano anche gli insorti. Ed è quello che è successo nel pomeriggio di mercoledì 27 aprile quando un aereo ha bombardato la postazione di una ventina di ribelli a 6 chilometri circa dal porto di Misurata. I ribelli hanno cercato di non diffondere la notizia per evitare di creare scompiglio tra i combattenti, impegnati sui vari fronti, ma sui volti della gente la frustrazione e la rabbia erano evidenti. I corpi dei caduti, che qui chiamano martiri per la liberazione, sono stati trasportati all’unità sanitaria di Ksar Ahmed, non lontano dal luogo dove è avvenuto il bombardamento. La nostra fortuna di abitare a casa di uno dei capi degli insorti ci ha permesso di essere i primi testimoni, e forse gli unici dell’accaduto. Insieme a me c’erano una giornalista del sunday times, Mary Colvin e un collega free lance francese Christophe Dubois, che scrive per diversi quotidiani parigini. Lo spettacolo che si è presentato a noi una volta che ci hanno fatto entrare nella stanza, dove erano stati adagiati al suolo i corpi delle vittime, era straziante. Undici morti, avvolti dentro delle coperte di lana che lo staff medico era riuscito ad identificare. Tra loro uno senza testa. La dodicesima vittima non aveva nome ne cognome, era soltanto un cumulo di resti umani. Davanti all’unità sanitaria si era radunata una folla furiosa che non riusciva a comprendere l’ennesimo errore del fuoco amico. La nostra presenza sembrava non essere gradita, e c’era voluto del tempo per convincere la sicurezza a farci entrare per documentare l’accaduto. I parenti delle vittime che arrivavano uno alla volta nella stanza funebre sembravano rassegnati, uscivano dall’ospedale con le lacrime agli occhi ma fieri della prova di eroismo dei loro cari. Sul campo i combattimenti tra gli insorti e le brigate di Gheddafi a Misurata sono cessati per ora. Si sentono in lontananza solo i rumori di proiettili di mortaio e di artiglieria. Alcuni video registrati dagli insorti a sud di Misurata mostrano alcune abitazioni...

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Bengasi, Milioni di dollari per una sola pallottola

Posted by on Mag 9, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Bengasi, Milioni di dollari per una sola pallottola

26 aprile 2011. I racconti che fanno gli abitanti di Bengasi riguardo al sadismo e alla crudeltà che caratterizzano le brigate di Gheddafi fanno venire i brividi. Viene spontaneo chiedersi come ha fatto il popolo libico a non ribellarsi contro il regime dittatoriale del Colonnello prima del 17 febbraio, giorno dell’inizio dell’Intifida.Le storie che ti confidano diverse persone fanno capire la determinazione con la quale gli insorti stanno difendono le città liberate. Non è solo una questione di far cadere il regime, ma è soprattutto il terrore di dover subire la vendetta di Gheddafi, se dovesse vincere questa guerra. Più di due mesi sono passati dall’inizio delle proteste in Libia e il Colonnello sta ancora nel suo bunker a dare ordini alle sue truppe per sterminare il suo popolo. Quello che lo aiuta a rimanere in sella non sono solo i bombardamenti delle sue brigate contro le città ribelle, ma soprattutto la sua capacità di reclutare mercenari anche tra chi si trova in mezzo agli insorti Di tradimento mi hanno parlato in tanti. Durante l’avanzata dei ribelli da Jdabia a Brega poi a Ras Lanuf c’erano anche degli informatori che rivelavano le postazioni dei rivoluzionari alle truppe lealiste di Gheddafi. Decine di loro sono caduti sul campo di battaglia in questo modo. E nonostante le precauzioni che vengono ora prese, si sa che in giro c’è chi potrebbe fare il doppio gioco, riuscendo a recare enormi danni per la riuscita della rivoluzione libica. La notizia, qualche giorno fa, che parla del possibile coinvolgimento del cugino del Colonnello, Ahmed Kaddaf Addam nel reclutamento di mercenari in Egitto, da far entrare in Cirenaica per combattere contro gli insorti, desta molta preoccupazione tra gli abitanti di Bengasi. In città si parla di contatti tra la tribù di Walad Alì ; di origini libiche, che vive tra l’egiziana Marsa Matrouh e i confini con la Libia,  e il cugino del Colonnello rifugiato al Cairo da un po’ di tempo. Se una trattativa del genere dovesse andare in porto sarebbe la fine della rivoluzione, anche perché si tratta di una tribù i cui membri raggiungerebbero i 10 milioni di persone. Oltre al tradimento, la guerra in Libia ha fatto sviluppare il senso del commercio tra parecchia gente, che vede in questa situazione di crisi una grande opportunità per fare fortuna. E’ il caso, tanto per citare un esempio del proprietario di un albergo sul lungo mare di Bengasi che dopo aver chiuso per alcuni giorni, ha deciso di riaprirlo, affittando le sue stanza agli stranieri a prezzi molto alti. Ma quello che colpisce ancora di più è la vendita di armi e di munizioni da parte di alcuni commercianti di Bengasi ai loro “fratelli” che combattono a Misurata. Per un Klascinkov bisogna sborsare 3000 mila dinari libici, circa 1700 euro. Il prezzo di una pallottola è di un dinaro, un dinaro e mezzo. E c’è chi sarebbe disposto a pagare milioni di dinari per comprare una sola pallottola, quella in grado di perforare il cervello del colonnello Gheddafi. Si sa che la liberazione dalla tirannia di un popolo può avere costi molto...

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Bengasi, Liberazione e incognita insicurezza

Posted by on Mag 9, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Bengasi, Liberazione e incognita insicurezza

Bengasi, 23 aprile 2011. Chi arriva in questi giorni a Bengasi pensando di ritrovarsi nel bel mezzo di una guerra vera e propria rischia di rimanere deluso. Nella città liberata dagli insorti, non succede più quasi niente, e chi viene da fuori, si ritrova a vivere una situazione di routine asfissiante. Gli occhi oramai sono rivolti verso altre città e in particolare verso ovest in direzione di Misurata. I giornalisti non sono nemmeno i ben venuti al fronte, nei pressi di brega a 200 chilometri circa da Bengasi. Alcuni di loro sono spariti in quella zona e i combattenti anti Gheddafi non vogliono più perdere altri giornalisti. C’è da dire però che gli abitanti di Bengasi se la sono vista brutta il 19 marzo scorso quando le brigate del colonnello sono riusciti ad arrivare a cinque chilometri dal centro della città. I video che mi hanno mostrato alcuni membri del comitato della rivoluzione del 17 febbraio documentano in modo inequivocabile la brutalità delle milizie armate di Gheddafi nei confronti degli abitanti. Ora tutta Bengasi esprime la sua gratitudine alla Francia che per prima ha fatto muovere i suoi aeri per bombardare i mezzi militari inviati dal regime con l’intenzione di domare la rivolta. Dopo la liberazione, la vita a Bengasi si è concentrata principalmente intorno ai due alberghi più grandi, Tibesti e Uzu dove alloggia la maggior parte dei giornalisti stranieri ; e nella piazza dei martiri che si trova sul lungo mare vicino al palazzo di giustizia. Le strade di giorno sono quasi vuote, perché i libici amano generalmente alzarsi tardi. Nel pomeriggio, capita di rimanere intrappolati nel traffico per il numero di macchine che si mette in circolazione. Le scuole sono ancora chiuse e la gente approfitta di queste vacanze forzate per portare in giro la propria prole. Lo spettacolo più attraente rimane quello di andare a visitare il complesso della Brigata Fadhil, dove usava alloggiare Gheddafi quando visitava la città di Bengasi. L’intero complesso è stato incendiato dagli insorti dopo aspri combattimenti tra gli insorti e le milizie del regime. Ma nonostante la calma apparente che regna in città, alleggia nell’aria un clima di insicurezza non dichiarata. Durante la rivoluzione sono scappati circa 2000 detenuti, mi dicono alcuni abitanti di Bengasi, di cui 400 condannati a morte. Detenere un’arma a casa è diventato la norma qui, la gente dice che si deve difendere dagli intrusi. A volte le armi servono anche per dei regolamenti di conto, che nessuno sarebbe in grado di impedire. Inoltre ci sarebbero ancora a Bengasi, membri dei comitati della rivoluzione libica rimasti leali al colonnello. Costituiscono delle cellule dormienti in attesa del momento propizio per sabotare la rivoluzione, oppure servire il governo centrale dando informazioni sui movimenti dei ribelli. Alcuni di loro sono riusciti ad infiltrare le postazioni avanzate dei ribelli che combattono sul caldo fronte di Brega, e hanno svelato alle milizie di Gheddafi la posizione degli insorti. Lo hanno ammesso alcuni informatori del regime caduti nelle mani dei rivoluzionari. Il sentimento di insicurezza che abita la maggior parte degli abitanti di Bengasi deriva anche dalle intenzioni che avevano le brigate di Gheddafi mandate a “ripulire” la città dai ribelli. Gli ordini erano chiari: Non risparmiare nessun maschio di età compresa tra i 10 e i 50 anni. Violentare tutte le...

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Libia, l’isolamento di Gheddafi

Posted by on Mag 8, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Libia, l’isolamento di Gheddafi

Marzo 2011. La situazione al confine con la Libia e la Tunisia comincia a migliorare sensibilmente. Da mercoledi 2 marzo il flusso dei profughi in provenienza dalla Libia si è quasi fermato del tutto, arrivano oramai in piccoli gruppi e la zona tra i due confini dove erano stipati migliaia di egiziani si è completamente svuotata. Gli ultimi ingressi sul suolo tunisino riguardano l’arrivo di migliaia di profughi bengalesi, a partire dalla mattinata del 2 marzo. In mezzo a loro un gruppo di 25 ghanesi a cui è stato permesso, dopo lunghe ed estenuanti trattative, di attraversare il confine. Dicono di aver visto africani armati vicino alla città di Zawiyah. Hanno anche precisato che non si tratta di mercenari ma di poveri lavoratori che sono stati fermati dall’esercito libico, e ingaggiati con la forza. I libici non lasciavano loro altra scelta. Quando deve scegliere tra una morte immediata con una pallottola sulla fronte o impugnare un’arma e costituire uno scudo umnao nelle linee avanzate dei soldati libici, spesso dicono i ghanesi prevale la seconda scelta. Intanto dalla jamihiriyya arrivano notizie, non ancora confermate, che parlano dell’allestimento di un accampamento per gli emigranti nella città di Abu Kammasc, a 18 chilometri circa dal confine. Altre voci riferiscono di un massiccio spostamento di decine di migliaia di africani in fuga che si stanno diriggendo verso il confine con il Niger, nel sud del paese. E da mercoledi 2 marzo un fax diramato dal ministero dei trasporti libico a tutte le companie aeree, e alle agenzie di viaggio ; firmato dal direttore del trasporto pubblico Mohsen Youssef Wafa vieta l’ingresso in Libia a tutti gli stranieri sprovvisti di visto. Il diveito riguarda anche i cittadini tunisini che fino a martedì 1 febbraio entravano nella Jamahirriyya senza l’obbligo del visto. Le testimonianze delle persone che incontriamo, a Ras Jdir, al confine tra Libia e Tunisia continuano ad essere contrastanti. Un tunisino incontrato giovedì 3 marzo nega le notizie di continui bombardamenti a Tripoli e accusa i media di esagerare nel raccontare quello che sta accadendo in Libia. Un altro, sempre tunisino dice di aver assistito ai bombardamenti contro i manifestanti nella piazza verde, alcuni giorni prima. Non si trattava di aeri militari ma di elicotteri che hanno sparato sul mucchio per disperdere gli insorti. A Bengherdane gli abitanti commentano nei luoghi pubblici l’ultimo discorso televisiso del Colonello. Le interpretazioni sono diverse. C’è chi definisce Gheddafi un grande buggiardo e chi invece crede alle sue tesi, e teme un intervento statunitense armato in Libia. Le collettività arabe, dicono alcuni abitanti della città hanno ancora presente nella memoria quello che è successo e continua a succedere sia in Afghanistan che in Iraq. Il Colonelli, dicono altri ancora cerca di ottenere il sostegno di quella parte della popolazione libica rimasta finora in silenzio. Ma quello che è certo è che l’ultimo discorso televisivo di Gheddafi è riuscito ad aggiungere altra confusione a quella che regna da un pò di tempo in Libia. Il dubbio sulle notizie che arrivano dalla Jamahiriyya sembra essersi impossessato di chi, dentro o fuori dal paese, segue l’evolversi degli eventi. Un passaggio del suo discorso meriterebbe forse un’analisi più accurata. E’ quando promette di lasciare un passaggio sicuro per gli insorti che vogliono ritirarsi dal campo di Battaglia a Bengasi o a...

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Libia, accoglienza dei profughi al confine

Posted by on Mag 8, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Libia, accoglienza dei profughi al confine

Marzo 2011. La crisi in Libia sta portando il prezzo del petrolio alle stelle, con conseguenze inevitabili sul prezzo della bensina alla pompa nei paesi dell’euro e in occidente in generale. Nella città di confine Bengherdane il problema invece non si è mai posto in passato e non si pone nemmeno adesso. In città e lungo la strada che porta al confine con la Libia ci sono punti di vendita al dettaglio, con taniche piene di bensina in vendita a buon prezzo. Si sa che la qualità della bensina libica è molto pregiata, ed è per questo che è molto ricercata. Il prezzo al litro è leggermente più alto rispetto a quello proposto alla pompa, ci vogliono circa 0,75 centisimi di euro per un litro. Il contrabbando di bensina in provenienza dalla Libia è moneta corrente da queste parti. Basta arrivare a Abu Kammash, a 18 chilometri dal confine per fare il pieno e tornare. E non parliamo qui di un pieno per macchine normali che possono contenere al massimo 60 litri. Ma di macchine il cui serbatoio è stato modificato, e in grado di contenere fino a 320 venti litri alla volta. E di viaggi al giorno se ne possono fare tanti. Intanto, il dramma dei profughi in fuga dalla Libia continua a destare molte preoccupazioni. Alcune organizzazioni umanitarie stanno arrivando a Ras Jdir per cercare di trovare delle soluzioni adeguate, insieme alle autorità tunisine, all’interminabile flusso di profughi che continua ad confluire al confine. Un noto imprenditore tunisino ha allestito un accampamento vicino alla frontiera, dove sono state sistemate donne e bambini. Nella giornata di martedi 1 marzo il numero degli agenti delle forze di sicurezza e dei militari tunisini è stato rinforzato ulteriormente. E per la prima volta si è notata la presenza di alti ufficili dell’esercito e della guardia nazionale sia al confine tra la Libia e la Tunisia sia nei vari accampamenti dove vengono sistemati i profughi in arrivo dalla Jamahiriyya. Una presenza, quella di generali dell’esercito che viene a confermare i rumori sull’eventuale ingresso in Tunisia di agenti dei servizi segreti stranieri, oltre a membri di Al Qaeda. L’intenzione sarebbe quella di infiltrare il tessuto sociale tunisino, e costituire delle cellule dormienti. Il terreno in questa situazione di caos e di totale confusione sembra essere più che favorevoli a tali infiltrazioni. Da martedi 1 marzo la rete organizzativa che si occupa della sistemazione dei profughi sembra leggermente migliorata. Sono arrivati al confine alcuni membri del così detto “comitato per la protezione della rivoluzione” per dare man forte ai vari operatori umanitari che si trovano sul posto. Dal piazzale di confine che si trova in territorio libico, vediamo i profughi messi in fila, poi mandati in piccoli gruppo al posto di controllo passaporti tunisino. Una volta che hanno fatto timbrare il passaporto vengono messi di nuovo in fila, prima di essere convogliati verso il territorio tunisino. Qui si mettono di nuovo in fila per ricevere panini, latte, succhi di frutta e acqua. E dopo un’attesa che dura per diverse ore vengono trasportati in autobus a Sciuscia, a 7 chilometri dal confine. dove un grande accampamento della protezione civile tunisina e dell’organizzazione delle nazioni unite per i rifugiati è stato allestito appositamente per accogliere i nuovi arrivati. A Sciuscia si rischia di aspettare a lungo...

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Libia, L’emergenza umanitaria al confine

Posted by on Mag 8, 2014 in Primavera araba | 0 comments

Libia, L’emergenza umanitaria al confine

Fine Febbraio 2011. La situazione dei profughi in fuga dalla Libia verso il territorio tunisino diventa ogni giorno sempre più drammatica e preoccupante. L’arrivo massiccio soprattutto di decine di migliaia di egiziani a Ras jdir, ha creato scampiglio nella città di confine Bengherdane e ha fatto scattare in alcuni abitanti della regione il sentimento di rabbia e di insicurezza. Lunedi 28 febbraio sono stati sgomberati i profughi, arrivati alcuni giorni prima, dai centri di accoglienza della città. A pochi chilometri da Bengherdane c’è il centro di villeggiatura estiva Elbibane che ha accolto, in pochi giorni, 3500 profughi egiziani. Il centro che si trova sul lago della città è stato attrezzato con tende messe a disposizione dalla protezione civile tunisina per accogliere altri profughi. Chi lavora qui lo fa gratuitamente e oltre ad aiutare gli egiziani manda clandestinamnete medicinali ai civili libici assediati in diverse città della Tripolitania dalle brigate di Gheddafi. Già perché per capire quello che sta succedendo in Libia bisogna asolutamnete capire la storia di questa piccola città di confine di 100 mila abitanti. Bengherdane si trova a 32 chilometri dal confine tra Tunisia e Libia ed è sempre stata una città dove le attività commerciali sono molto fiorenti. Ogni giorno entrano dalla Libia decine di macchine cariche di merci di ogni tipo: tappeti, elettrodomestici vari, ceramica, cellulari, pneumatici e vestiario griffato. Tutta merce che il governo libico sovvenziona e che importa da tutto il mondo e che i commercianti libici esportano per arrotondare i loro guadagni di fine mesi. A Bengherdane, dicono gli abitanti, puoi comprare di tutto anche dei fuoristrada e trattori. Nessun altro mercato al mondo può competere con quello di questa città di confine dove lo stato non c’è, e quelle poche volte in cui è presente viene facilmente e puntualmente corrotto. Al confine tra Italia e Tunisia non c’è quindi solamnete un’emergenza umanitaria causata dal continuo arrivo di profughi dalla Jamahiriyya ma c’è soprattutto un territorio fuori controllo dove vige una sola legge, quella della supremazia del dio denaro. La posta in gioco è molto alta per chi è abituato a gudagnare milioni di dollari attraverso il contrabbando di merci di tutti i tipi. La situazione di caos che regna incontrastata in questi giorni desta molte preoccupazioni. Il clima che si respira in questa fase critica per la regione può favorire il passaggio da una parte e dall’altra del confine di armi, droga e ingenti somme di valuta illegalmente. La totale distruzione, qualche giorno prima, dello scanner e dei computer usati dalla dogana tunisina per controllare i container che entrano ed escono dal territorio tunisino non può che confermare tali preoccupazioni. Rimane comunque alta la tensione al valico di confine, dove nella giornata di lunedì 28 febbraio un gruppo di abitanti di Bengherdane ha formato una barriera uamna per impedire l’ingresso di altri egiziani sul territorio tunisino. Alcuni giornalisti sono stati aggrediti ed è stato impedito loro di filmare le macchine cariche di merci. La strada che porta da bengherdane al confine ha registrato un intasamneto di traffico che non si era mai visto, la coda di macchine ferme al valico ha raggiunto i 10 chilometri. A 500 metri dal controllo passaporti decine di egiziani si sono accampati sotto gli alberi e hanno acceso un fuoco per riscaldarsi. Finora il tempo è...

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