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Cairo, il venerdì dell’alluvione

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Cairo, il venerdì dell’alluvione

Piazza Tahrir, Febbraio 2011.

Dopo diversi giorni trascorsi ad entrare e uscire da piazza Tahrir, e a girare nei quartieri circostanti, ritrovarmi oggi alle 7 del mattino in un ufficio, nella sede rai del Cairo per esigenze di lavoro mi rende un po’ nervoso. Passare tre o quattro ore chiuso dentro un edificio quando la piazza è in uno stato di subbuglio continuo può essere molto frustrante per un inviato. Ma bisogna convivere anche con questo tipo di situazione. Siamo alla vigilia del ” venerdi dell’alluvione”, il giorno in cui si chiariranno le intenzioni del regime e si saprà quale direzione prenderà la rivoluzione del popolo egiziano.

Prima di uscire dall’albergo mi sono guardato nello specchio. Ho visto un volto provato e una barba trascurata. L’aspetto ideale per fare altre amicizie nella piazza e raccogliere testimonianze. Le mie origini tunisine rimangono sempre una ottima carta da giocare per instaurare un clima di fiducia tra me e i miei interlocutori.

Mercoledì 9 gennaio piazza Tahrir si è riempita di nuovo con oltre un milione di manifestanti. Eppure nessuno aveva chiamato ad una tale dimostrazione. 15 giorni dopo l’inizio dell’intifada egiziana, il numero delle tende è in crescente aumento. La gente continua ad affluire nella piazza rompendo il muro di paura che li teneva, fino a pochi giorni prima, lontana dai ragazzi della rivoluzione. Qualcosa sta cambiando nell’aria e tutti vogliono partecipare a questo grande evento. Una grande fetta della popolazione lo aveva già fatto nei giorni scorsi, in silenzio. Ha mandato aiuti di tutti i tipi a quelli che occupano la piazza dal 25 gennaio: coperte, cibo, e tanti altri ingredienti di conforto. Un atteggiamento di solidarietà impressionante. In Tunisia dicono che Ben Ali, dopo aver istituito la cassa di solidarietà 26/26 è scappato con la cassa e ha lasciato la solidarietà. Qui l’assalto alla diligenza non è ancora cominciato, ma arriverà presto. Tanti ex ministri e uomini di affari sono stati iscritti nel registro degli indagati e la televisione di stato ha rivelato l’ammontare delle fortune e delle abusi commessi. Tutti sapevano delle tangenti intascate dal ministro del turismo, dal suo collega al dicastero dell’alloggio e da tanti altri. Ma ora che la tv di stato comincia a parlare dei crimini commessi, il clima sta diventando sempre più teso fra le classe più povere del paese.

Ad un tratto quelli che fino a ieri dicevano che la piazza va sgomberata per poter andare avanti e nutrire le proprie famiglie hanno cominciato a rendersi conto gradualmente del bene che sta portando questa rivoluzione. I poliziotti che sono stati fatti scendere di nuovo nelle strade del Cairo per far regnare la calma e dirigere il traffico non maltrattano più la gente. I prezzi dei generi alimentari sono stati abbassati. I salari sono aumentati del 15% nel settore pubblico. E dovrebbero arrivare tante altre novità ancora per alleggerire il fardello che portano sulle spalle le classe più povere dell’Egitto.

Dopo tante domande fatte ai manifestanti a piazza Tahrir per sapere chi potrebbe essere dietro il movimento, e in quale leader si riconoscono i giovani per portare avanti le loro rivendicazioni qualcuno mi ha finalmente spiegato perché questa rivoluzione non ha testa come dicono in tanti. Ahmed Essayyed è un regista incontrato nella piazza e ha partecipato a tutte le manifestazioni dall’inizio della rivolta. E’ stato colpito da un proiettile di gomma e non intende andarsene finché non cade il regime. Per lui la ragione per cui non hanno voluto rivelare nessun nome dei loro leader è il modo più sicuro per proteggerli. Si sa che in Egitto e in tutti i paesi arabo musulmani dove vige la dittature quando viene individuato il leader i servizi si incaricano subito di farlo sparire o imprigionarlo per far abortire la rivoluzione.

 

 

 

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