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Cairo, La battaglia dei cammelli

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Cairo, La battaglia dei cammelli

Piazza Tahrir, Febbraio 2011.

Dopo una settimana di permanenza al Cairo nel pieno mezzo dell’intifada popolare egiziana le mie abitudini e il mio modo di muovermi cominciano a cambiare. Ogni giorno bisogna fare i conti con esigenze diverse, tutto dipende da quello che succede realmente in Piazza Tahrir, dalle trattative in corso tra il governo egiziano e i rappresentanti dell’opposizione, e infine l’umore di una maggioranza di egiziani che osserva con preoccupazione e con una certa distanza l’evolversi degli eventi.

Dopo essere stato cacciato dall’albergo dove alloggiavo a Mesr El-Ghadida per aver osato parlare con i giornalisti e gli stranieri che sono stati arrestati per ore tra mercoledì 2 e giovedì 3 febbraio, maltrattati da parte delle autorità egiziane prima di essere rilasciati e accompagnati   nel mio albergo; cerco ora di pianificare ogni mia mossa in anticipo e con tutte le dovute cautele.

Il mio non è l’atteggiamento di una persona paranoica ma quello di un testimone scomodo che si aggira in una città dove nessuno sa chi è chi. Ed è questa la cosa più pericolosa. Quando mercoledì 2 febbraio stavo in mezzo agli scontri tra i sostenitori di Mubarak e i manifestanti, impegnato ad assicurare in diretta un collegamento telefonico e a raccontare gli eventi non ho avuto per niente paura. Ero in grado di identificare ogni fazione. C’era un gruppo di persone che lanciava pietre e bottiglie molotov, i pro Mubarak contro un altro gruppo che rispondeva all’aggressione a sua volta. Bastava fare attenzione e seguire una volta un gruppo poi l’altro. Ma quando piazza Tahrir è stata assediata da malviventi nervosi e violenti , armati di coltelli e bastoni è diventato pericoloso arrivarci o uscirne.

Lo spettacolo che si è presentato davanti ai miei occhi giovedì 3 febbraio era quello di bande armate dislocate nella parte nord e nord est della piazza, incattivite e a caccia di stranieri rei secondo loro di simpatizzare con i movimenti di protesta contro il Rais. Si dice che le bande sono state pagate da parlamentari che hanno falsificato le elezioni di novembre,-dicembre scorso e da uomini d’affari egiziani che rischiano, se l’intifada dovesse ottenere un successo, di essere processati. Tra i tanti infiltrati che sono stati fermati nella piazza, un malvivente ha confessato che veniva dato loro 200 pound egiziani per terrorizzare i manifestanti e costringerli a lasciare la piazza. 100 pound in anticipo e il resto una volta il lavoro finito. Ma quando all’alba di giovedì, i mandanti dei raid punitivi non sono riusciti ad entrare nella zona circostante alla piazza e a saldare il conto, perché l’esercito aveva chiuso tutti gli ingressi, gli attacchi dei malviventi si sono fermati. Sono ripresi più tardi dopo quando i mandanti a bordo di una macchina diplomatica sono riusciti a raggiungere il quartier generale dei delinquenti comuni e a pagarli il resto della somma pattuita.

E’ attesa per oggi lunedì 7 febbraio l’ennesima manifestazione fiume a piazza Tahrir. Intorno alle 13 ora italiana dovrebbe partire dalla sede del sindacato dei giornalisti egiziani il corteo funebre di Ahmed Mahmoud, collega del quotidiano Al-Ahram, ucciso nei giorni scorsi da un poliziotto durante gli scontri. Il corteo dovrebbe dirigersi a piazza Tahrir che dista circa 300 metri. Una preghiera in omaggio a quello che viene chiamato il martire dell’intifada dovrebbe essere celebrata nella piazza.

Prima di uscire dal luogo dove alloggio per recarmi alla piazza cerco di non lasciare nessuna traccia che può rivelare che sono giornalista. Evito oramai di prendere con me il mio zaino, il taccuino, il laptop, l’ipod e qualsiasi altro strumento che può essere considerato una minaccia per il regime e i suoi collaboratori. Dovrò attraversare diversi check point, e comitati popolari che chiedono i documenti e perquisiscono i passanti. Devo anche evitare di parlare con il mio accento tunisino per non destare sospetti. Qui tanta gente dà la colpa, per quello che sta succedendo agli stranieri. Vengono definiti cospiratori e traditori da parte dell’egiziano della strada che dice di non capire perché i manifestanti si ostinano ad occupare la piazza quando il governo ha accolto tutte le loro richieste. Bisogna dire che la tv di stato è riuscita a trasmettere questo messaggio in modo eccellente.

 

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