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Il mio primo viaggio

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Il mio primo viaggio

La Hall dell’albergo Marriott di Jedda era in subbuglio, sembra sia un’abitudine consolidata in questo periodo dell’anno vedere scene di questo tipo. Un gran numero di lavoratori asiatici si davano un gran da fare per caricare i carrelli dei nuovi arrivati prima di portarli nelle camere appena assegnate. I volti sono quelli di persone che appartengono ai quattro angoli del pianeta. Fra di loro anche imprenditori sauditi in provenienza da Ryadh, Medina e altre città della penisola arabica. Donne saudite con viso e capelli scoperti schiamazzavano, in mano buste piene di nuovi acquisti griffati. Un crocevia impressionante di facce, idiomi e culture diverse. Uno spettacolo a cui uno occidentale come me non era abituato. Nel mio immaginario e in quello di tanti europei come me, all’Arabia sono sempre stati associati immagini e concetti diversi. Direi solo alcuni preconcetti: Petrolio, ricchezza sfrenata, cammelli, dune di sabbia e donne chiuse dentro casa e frustate. Alla folla che stanziava di fronte alla reception dell’albergo continuava ad aggiungersi altra gente. Il colore bianco era quello dominante. Centinaia di migliaia di persone avevano accolto l’appello del signore per venire in questa terra benedetta e compiere il pellegrinaggio alla Mecca, il quinto pilastro della religione musulmana. Ripetevano in coro Labbayka allahomma Labbayk, l’invocazione tradizionale di risposta all’appello lanciato da Abramo :

“Eccomi a Te, mio Signore, eccomi a Te !

Eccomi a Te, Tu non hai associati. Eccomi a Te.

Certo Tua è la Lode, Tuoi la Grazia e il Regno.

Non hai associati”.

Un canto che il pellegrino deve ripetere dal momento in cui indossa l’Ihram, un vestito speciale bianco per l’uomo composto di due pezzi di stoffa senza cuciture, e un abito normale per la donna che deve lasciare scoperto il volto e le mani. Insieme a quel canto mi era sembrato di udire ad un certo punto una voce familiare, quella di un mio connazionale che era appena arrivato dall’Italia. Il suo modo di gesticolare mentre parlava al cellulare non lasciava dubbi sulla sua italianità. Sembrava impacciato mentre cercava di portare avanti la conversazione che intratteneva al telefono, compilando contemporaneamente il modulo che viene di solito dato in albergo per scrivere le proprie generalità.

L’incontro con Sandro avvenne poche ore dopo. Mi ero appena seduto al tavolo del ristorante al primo piano del Marriott quando l’ho visto entrare. Continuava a muoversi in modo agitato guardandosi intorno con aria smarrita. Il mio invito nella lingua di Dante a sedersi vicino a me lo ha colto di sorpresa. In meno di trenta secondi si era piazzato al mio tavolo e come un razzo si era messo a raccontarmi la sua vita. Stare seduto li ad ascoltare un grande chiacchierone come Sandro era molto piacevole. Mi aveva fatto per un attimo viaggiare a ritroso nel tempo. Ero giunto da pochi giorni in Arabia Saudita e il mio legame con l’Italia si era messo come per miracolo in stato di pausa. Ora vedevo quello che avevo lasciato alle mie spalle con maggiore lucidità e chiarezza. La vita frenetica che conducevo e il costante correre da un ufficio all’altro per sbrigare varie vicende amministrative. Le ore e ore trascorse in macchina intrappolato in mezzo al traffico di Roma, e le lunghe e estenuanti file per pagare una bolletta all’ufficio postale oppure per cambiare un assegno in banca. Quel fiume di ricordi fu interrotto all’improvviso quando davanti a noi si presento’ un giovane che lavorava nell’albergo con in mano un Iphone4. lo aveva trovato su un divano della Hall mentre faceva le pulizie: “qualcuno aveva visto un italiano parlare con questo Iphone” disse in un inglese perfetto”. “E siccome siete gli unici ospiti italiani qui, dovrebbe appartenere ad uno di voi” aggiunse allungando il braccio con lo smart phone in mano.

Dopo quell’episodio dell’Iphone perso e recuperato come per miracolo, mi sono visto altre poche volte con Sandro. Sempre all’interno dell’albergo e mai per le vie di Jedda a passeggiare o fare compere insieme nei mercati. Avevamo interessi diversi. Solo il nostro status di italiani all’estero ci portava a fermarci per scambiare due parole ogni volta che ci incrociavamo in ascensore o nella Hall del Marriott. A me piaceva ascoltare, a lui parlare senza sosta. Teneva a farmi vedere quanto era ferrato riguardo alle questioni di casa nostra. Soprattutto quelle politiche. Prima di uscire dalla sua stanza per andare a fare colazione si connetteva la mattina ad internet per leggere i quotidiani italiani. A volte si arrabbiava per lo spettacolo scandaloso che l’Italia stava dando al mondo con storie di escort, di minorenni invitate alle tante feste del Premier, di Bunga Bunga e dei leggi al limite del fascismo contro i circa quattro milioni di immigrati residenti legalmente in Italia. Altre volte ricordava con orgoglio i grandi personaggi che il nostro paese aveva condiviso con il resto dell’umanità. Evocare Michelangelo, Da Vinci o Dante Alighieri lo aiutava a sentirsi parte di questo pianeta dalla quale si sentiva in alcuni momenti escluso. Ma la cosa che lo faceva imbestialire di più era l’impossibilità, stando in Arabia Saudita di poter seguire i suoi programmi televisivi preferiti. Da buon comunista non si perdeva una puntata di Ballaro’, Porta a Porta, Anno Zero o i tg di Emilio Fede su rete quattro quando si trovava in Italia. Ora cominciava a soffrire di crisi di astinenza. Aveva provato dal primo giorno in cui aveva messo piede nella sua stanza d’albergo a cercare un canale in lingua italiana. Invano. C’erano canali in quasi tutte le lingue tranne che nella lingua del Manzoni. All’inizio aveva pensato ad una cospirazione internazionale ordita da un gruppo di fanatici islamici affiliati ad Al-Qaeda il cui scopo era quello di oscurare l’immagine dell’Italia all’estero. Poi si era arreso alla triste e dolente evidenza: era l’immagine dell’Italia che rifiutava di raggiungere l’audience di questa terra. Lo share non valeva la candela. Il servizio pubblico italiano insieme con i canali privati avevano pensato bene a trasmettere i propri canali prevalentemente su due satelliti: Hotbird e Astra. Il problema con il quale Sandro ha dovuto fare i conti era che la maggior parte dei popoli del Golfo hanno le parabole orientate verso altri satelliti, quello di Nilesat e quello di arabsat. Un elemento in più che rendeva il dialogo fra i due mondi, quello Orientale e quello Occidentale un progetto ancora in una fase pre-embrionale.

Il giorno della mia partenza Sandro si era presentato di primo mattino alla mia stanza. Stavo finendo di sistemare i bagagli quando ho sentito bussare alla porta. Ci teneva a salutarmi, a suo dire e a darmi i suoi recapiti in Italia. Avevo già indossato l’Ihram quando ho aperto la porta. Mi preparavo anch’io da buon italiano convertito all’islam a compiere il mio primo pellegrinaggio alla Mecca. La persona che mi ero trovato davanti sembrava diversa da quella con la quale avevo conversato durante tutti questi giorni. Sul volto c’era una espressione che non riuscivo a decifrare. Guardandoci dritto negli occhi ci siamo salutati in silenzio. Ero in ritardo e non c’era tempo per le spiegazioni. Ai tanti quesiti che si erano dipinti sul viso del mio amico Sandro provero’ a trovare sicuramente un giorno delle risposte. Ma non ora. Non in questo luogo. Magari in un futuro prossimo quando faro’ ritorno in patria.

Il pullman che ci trasportava da Jedda a Mecca era pieno. Alcuni pellegrini viaggiano in piedi per la fretta e la passione, volevano raggiungere quanto prima La moschea sacra dell’Haram e compiere la cosi’ detta circumambulazione dell’arrivo. Ero l’unico italiano in mezzo a tante altre razze e nazionalità. Tutti pero’ di fede musulmana. Vestiti nello stesso modo con i due teli bianchi. Nessuna differenza tra il potente e la persona normale, tra il ricco e il povero. Settanta chilometri mi separavano oramai dal mio sogno: ammirare quella che per noi musulmani viene chiamata la casa di Dio, La Kaaba. Il luogo verso il quale milioni di musulmani si prosternano cinque volte ogni giorno per le cinque preghiere quotidiane. La storia della costruzione della Kaaba la rivela il Corano nella Sura del Pellegrinaggio, versetto 26:

“stabilimmo per Abramo il sito della Casa, dicendogli: Non associare a Me alcunché, mantieni pura la Mia Casa per coloro che vi girano attorno, per coloro che si tengono ritti in preghiera, per coloro che si inchinano e si prosternano”.

Il traffico sull’autostrada che portava alla Mecca era intenso. Di tanto in tanto l’autista del pullman rallentava a causa dei tanti posti di blocco stradali che le autorità saudite avevano dispiegato lungo l’intero percorso che portava alla città santa. Faceva parte delle tante misure di sicurezza che il regno saudita aveva preso per garantire il buon andamento del periodo del pellegrinaggio. Si trattava del viaggio della vita per me e per oltre cinque milioni di musulmani che quest’anno avevano ottenuto il visto per venire in questo ricco paese del Golfo. Avevo deciso di venire da solo, senza aggregarmi a nessuna delle varie agenzie di viaggio autorizzate che dall’Italia accompagnavano i pellegrini. Volevo mettermi alla prova e comprendere a che punto avevo compreso la fede che avevo scelto quando avevo compiuto trent’anni di età. Anche la mia conversione all’islam avvenne in un momento in cui ero solo, e per puro caso. Non fui costretto a farla per sposare una donna musulmana o per compiacere qualcuno. Ero in una libreria nel centro di Roma per comprare un regalo ad un amico quando vidi su di uno scaffale una copia del corano con la traduzione in italiano. Non lo avevo mai letto prima di quel momento. Ad un tratto me lo ero trovato come per incanto in mano. Curioso, avevo cominciato a girare le pagine in modo meccanico e senza fermarmi a leggere neanche un rigo ; finché i miei occhi si posarono su una frase che aveva fatto sorgere in me tanti dubbi. Era il secondo versetto della seconda Sura: “ Questo è il libro su cui non ci sono dubbi, una guida per i timorati”. Una frase che aveva colto la mia formazione occidentale e il mio essere razionale di sorpresa. Di colpo. Da quel giorno non mi ero mai separato da quella copia del corano. L’avevo tenuta per mesi sul como’ vicino al letto. La prendevo ogni sera prima di addormentarmi con l’intenzione di leggere tutto il testo ma non riuscivo ad andare oltre a quella frase iniziale. Come si fa, mi dicevo a scrivere una frase simile, sfidando l’umanità intera per secoli a trovare una qualche incongruenza in quel testo ? come si fa a dire già dalle prime righe che il contenuto di quel testo non puo’ essere messo in discussione ne dal punto di vista scientifico, e ne dal punto di vista linguistico? Mi era bastata quella frase per decidere di approfondire l’argomento e scegliere la mia nuova religione.

Arrivati all’ingresso del tunnel che portava alla Moschea Santa, a Mecca l’autista del pullman ci aveva fatto capire che eravamo giunti a destinazione e che bisognava scendere e proseguire a piedi perché non era autorizzato ad andare oltre. Il cammino si era fatto in gruppo fino allo spazio antistante alla moschea che era colmo di gente. Varcata la soglia della porta dove c’era scritto “la porta del re Fahd”, e compiuti solo pochi passi all’interno della moschea mi ero ritrovato nel grande cortile della Kaaba, la Casa di Dio che da noi veniva chiamata la pietra nera. Ebbe inizio cosi’ il mio primo pellegrinaggio. Bisognava girare sette volte intorno a quella costruzione coperta di teli neri. La folla che si stritolava, e si spingeva l’un l’altro sembrava costituire un unico corpo alle prese con lo stesso identifico e ripetuto movimento circolare. Mi sentivo sospeso tra cielo e terra, felice in mezzo a milioni di altri pellegrini come me. Il mio sogno si era appena avverato.

 Dicembre 2010

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