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La Libia che destabilizza L’Europa

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La Libia che destabilizza L’Europa

 

 

 

 

Lettera aperta al Ministro dell’Interno Marco Minniti

Gentile Ministro,

Avrei voluto condividere con lei alcune mie personali considerazioni faccia a faccia durante un incontro informale fra di noi e che riguardano quello che sta succedendo in Libia da anni e quello che lei sta provando a fare per contrastare il traffico di esseri umani e il terrorismo di matrice Jihadista. Ci eravamo ripromessi di farlo quando ci siamo incontrati i primi di gennaio di quest’anno al Museo del Bardo a Tunisi, ma purtroppo non c’è stato modo per rivederci e approfondire l’argomento. Discutere di queste questioni così complesse, che l’Italia sta cercando di gestire da decenni. Da qui la mia decisione, in quanto cittadino italiano di origini tunisine e giornalista che ha girato abbastanza da quelle parti, di affidare al web quello che mi sarebbe piaciuto dirle di persona.

Comincerei col dire, se me lo posso permettere intanto che lei sta lavorando molto bene per cercare di trovare delle soluzioni adeguate a questo dilemma. Sta moltiplicando le visite nei paesi che costituiscono il nocciolo duro del problema. Si è intrattenuto più volte, come ho avuto modo di seguire con i responsabili dei governi da dove parte la stragrande maggioranza dei clandestini in direzione delle coste siciliane. Inutile sottolineare il fatto che la Libia in questi anni è stato il paese che ha causato più problemi non solo all’Europa e all’Italia ma anche agli stessi migranti. Un paese che è diventato all’indomani della caduta del Colonnello Gheddafi un elemento di destabilizzazione per l’intera regione. L’aver deciso di incontrare a Roma, i sindaci delle varie città libiche, a cominciare da quelle del Fezzan, nel sud del paese nord africano è una mossa molto azzeccata. La decisione, inoltre, di tenere una riunione nella Capitale con i Ministri dell’interno di Libia, Niger, Ciad e Mali, paesi direttamente coinvolti nel grande titolo “Migrazione” rientra a mio avviso nella giusta strategia da perseguire. Soprattutto ora che la Francia di Macron si sta dando un gran da fare per tornare ad essere un attore importante nell’area del Maghreb e nel continente africano in generale.

Ma oltre a questo suo grande sforzo per raggiungere gli obiettivi tracciati e garantire un minimo di successo alla missione “Libia e lotta all’immigrazione clandestina” bisognerebbe tenere sempre presente in mente due elementi fondamentali: la realtà geografica di quel paese e il caos che si è instaurato in Libia dopo la “rivoluzione del 17 febbraio 2011”. Osservazioni le mie che potrebbero sembrare così ovvie ma che a mio umile parere sia l’Italia che la Comunità Europea fanno glissare in secondo piano ogni volta che dobbiamo affrontare la questione libica.

Bisogna trarre degli insegnamenti dalle esperienze del passato. Negoziare con quello che fine all’ottobre del 2011 veniva chiamato il regime di Muammar Gheddafi è sempre stata una impresa molto difficile. Lo sapevano molto bene Ronald Reagan, Nicolas Sarkozy e perfino la NATO. Dialogare o negoziare con i tanti piccoli eredi del Colonnello invece è un’impresa quasi impossibile. Ed è per questo che vanno evitati assolutamente degli schemi prêt à poter, che abbiamo imparato ad indossare per tutte le stagioni.

All’indomani della caduta di Gheddafi ci siamo trovati a trattare con una infinità di persone che sono rimaste confinate per decenni all’interno dei propri territori tribali. Un popolo che è rimasto assente dalla scena internazionale per 42 anni per volere del suo leader. Non c’è alcun dubbio che alla fine i libici hanno deciso di cambiare e si sono ribellati. Sono usciti dunque nelle piazze e hanno imbracciato le armi per mettere fine al regno del loro tanto amato Colonnello. Ma non lo hanno fatto da soli. E questo lo posso testimoniare personalmente come lo possono testimoniare tanti altri colleghi che come me sono stati in Libia durante la guerra del 2011 e anche dopo.

Quello che ricordiamo in tanti è che le milizie di Gheddafi sono state sterminate grazie ai bombardamenti degli alleati e della NATO. I così detti ribelli, tra cui tanti dissidenti tornati dall’esilio dorato in occidente, rimanevano sempre in defilato e si limitavano a comunicare al centro operativo della NATO le coordinate delle milizie, e i loro spostamenti. Era questo il compito a loro affidato. Così, ogni volta che un missile centrava un bersaglio i gruppi armati ribelli gridavano “Allah Akbar” e andavano alla conquista di un nuovo pezzo di territorio fino ad arrivare alla conquista della capitale Tripoli. Era andata così per mesi fino a quando Gheddafi non è uscito allo scoperto, per colpa di un cellulare satellitare, che lui personalmente non aveva mai usato ma che era in possesso di un suo stretto collaboratore. Lo usava su ordine del Colonnello, lontano dal loro nascondiglio a Sirte per chiamare in Siria due fedeli del Rais e informarsi su quello che dicevano alcune emittenti arabe come Al-Jazeera, Al-Arabiya e la BBC arabic. Gheddafi a detta di Mansour Dhaou, che viaggiava nello stesso pick-up verde insieme a lui il giorno della suo uccisione era terrorizzato a morte dai bombardamenti dei caccia della NATO. Lo avevo intervistato nella prigione di Misurata dopo la morte del Colonnello, del figlio Mootassam e dell’ex ministro della difesa Abu Bakr Younes.

Dopo l’annuncio della NATO della fine della missione in Libia il 31 ottobre 2011, i libici hanno festeggiato per settimane la riuscita della loro insurrezione armata. Chi ha avuto modo di recarsi in Libia nei mesi successivi all’uccisione di Gheddafi avrà notato il vuoto che si era creato nel paese. Ma avrà notato soprattutto l’ebrezza di un popolo per la sua “vittoria”. La gente era incredule e totalmente distratta. Nessuno pensava a quello che sarebbe successo il giorno dopo. Ed era allora che sarebbe stato doveroso cercare di mettere ordine nel paese e mettere la Libia sulla giusta carreggiata. Ma i potenti del mondo in quel momento erano occupati di altro, e avevano girato le spalle al paese nord africano.

Dal giorno all’indomani e improvvisamente  il popolo libico si è svegliato dal suo torpore e si è reso conto di quanta ricchezza c’era nel paese. Una fortuna che era in mano ad un solo uomo e che era diventata appetibile a tutti senza eccezione alcuna. In assenza di uno stato forte, piccoli gruppi armati hanno cominciato ad occupare militarmente i centri di potere in Libia e a dettare la tabella di marcia da seguire. Il potere tribale che con Gheddafi riusciva a garantire la stabilità nelle diverse regioni del paese si è sfaldato. A prendere le redini del comando sono subentrati i poteri della finanzia e del profitto. Senza dimenticare ovviamente gli appetiti di alcuni paesi vicini come ad esempiol’Egitto di Al-Sissi, o più lontani ancora gli Emirati arabi del Golfo.

Durante il suo lungo regno in Libia Gheddafi si era preoccupato di collezionare armi e lingotti d’oro. Gran parte dell’oro ha preso le vie dell’espatrio in modi diversi. Le armi invece sono rimasti eccome e in quantità enormi in tutto il paese. All’arsenale bellico di cui disponeva già Gheddafi bisogna aggiungere gli armamenti entrati sul territorio libico dalla vicina Tunisia e sulle navi che attraccavano nei porti di Bengasi e di Misurata, durante l’insurrezione popolare contro il Rais. Ed è questo che ha fatto la differenza e ha piombato la Libia in un Caos senza fine.  Ricordo che alcuni capi ribelli onesti, e erano in pochi, avevano provato dopo l’uccisione di Gheddafi a farsi riconsegnare le armi dalle milizie. C’era stato pure un programma governativo in base al quale si proponeva una modesta somma contro la restituzione dei Kalashnikov e degli armamenti pesanti. Ma la fame era tanta e il denaro proposto non appagava le aspirazioni di chi si era sentito per la prima volta in vita sua in possesso di un potere enorme. L’ingordigia ha preso il sopravvento.

La comunità internazionale aveva forse intuito in un primo momento la delicatezza e la pericolosità di quello che stava per succedere in Libia dopo la caduta del regime di Gheddafi. Alcuni paesi occidentali avevano spedito degli emissari per cercare di comprare il più gran numero possibile di armi che alcune milizie avevano cominciato a smerciare. Temevano che finissero nelle mani della mafia o dei Jihadisti. Avevano visto giusto ma non sono riusciti purtroppo a portare la loro missione fino in fondo.

Con un intero popolo armato e con milizie diffuse su tutto il territorio libico non si può che favorire la crescita di gruppi jihadisti e di trafficanti di essere umani, droga e armamenti. Ed è quello che è successo esattamente. L’ironia della sorte vuole che l’Occidente si ritrovi oggi a dover finanziare quelle stesse milizie che fino a pochi giorni prima caricavano i migranti sui barconi in direzione delle coste siciliane. Si dice oggi che grazie a loro sono diminuiti gli sbarchi. Ma nessuno ricorda che le milizie armate in Libia sono diventati delle multinazionali che si preoccupano di fare soldi e che l’affare “Migranti” ha assicurato loro in tutti questi anni lauti guadagni. Oggi si dialoga inoltre con fantomatici rappresenti di istituzioni libiche che non hanno più nessun potere sulla gente, o sulle diverse fazioni armate. Si sa che la lealtà, il senso dell’obbedienza ad un capo, e l’aggregazione in aree di crisi sono merci che si vendono al miglior offerente e tendono a cambiare facilmente padrone.

Ho avuto modo nel giugno del 2014 a recarmi proprio nel sud della Libia, a Sabha e a visitare l’unico centro di detenzione per migranti. Ero convinto che fosse lì che andava cercata una risposta concreta alla perenne emergenza migranti. E’ il punto di ingresso di migliaia di candidati all’immigrazione clandestina. Ed è da lì che i diseredati  della terra iniziano il viaggio risalendo la Libia verso le coste tripolitane per approdare poi su quelle siciliane. Incontrai l’allora governatore del Fezzan, Mustafa Knounou e rimasi piacevolmente sorpreso dalla sua lucidità e dalla sua lungimiranza nell’affrontare il complesso argomento della immigrazione clandestina e dell’emergenza degli sbarchi che ha messo a dura prova i governi di tutta Europa a cominciare da quello italiano. Raccolsi la sua dichiarazione in un mio reportage intitolato “A sud di mare Nostrum” (http://www.rainews.it/dl/rainews/media/A-Sud-di-Mare-Nostrum-1f58f9c5-61d8-4a8c-8ceb-4936f5676400.html) che la inviterei Signor Ministro se ha tempo a guardare sul web. Gli elementi di risposta che mi aveva dato 3 anni fa costituiscono, a mio avviso la sintesi di quello che andrebbe realmente fatto per contrastare l’immigrazione clandestina verso l’Europa. Il governatore Knounou sosteneva allora che, e qui riporto fedelmente le sue parole: “Gli accordi firmati per contrastare l’immigrazione clandestina verso l’Europa non hanno portato risultati concerti finora, perché nessuno ha pensato di venire nella nostra regione per vedere come stanno le cose. Gli aiuti economici per arrestare il flusso dei migranti in direzione dell’Europa vanno dati ai referenti giusti che sono gli abitanti del sud”.

Lei, Signor Ministro sta andando sulla strada giusta e ripeto sta svolgendo un gran bel lavoro. Ma bisogna andare oltre. Cerchiamo allora di ascoltare chi di Libia e di lotta all’immigrazione clandestina si intende veramente. Andiamo giù ora a fare quello che andava fatto anni prima e cerchiamo di coinvolgere chi questo problema lo subisce senza sosta, vale a dire la Regione Sicilia, e il governatorato del Fezzan, nel sud della Libia. Potrebbe essere la nostra unica salvezza e quella dei tanti migranti che stanno in agguato in attesa del momento propizio per imbarcarsi di nuovo nell’ennesimo viaggio della morte.

Cordiali Saluti

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  1. Incanalare i fondi nella giusta direzione per bloccare il flusso di migranti: questa è la chiave per risolvere la questione di enorme portata per l’Europa tutta, a cominciare dalla jihad di matrice islamica, che finché troverà finanziamenti riuscirà a diffondere il terrore anche fuori dal sedicente Stato Islamico. Grazie, Salah, per il tuo pezzo illuminante!

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