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Libia, La resistenza di Misurata

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Libia, La resistenza di Misurata

Maggio 2011.

Martedì 3 maggio scade l’ultimatum dato da Gheddafi agli insorti di Misurata per deporre gli armi. Chi obbedisce, ha detto nel suo ultimo discorso diffuso dalla tv di stato, avrà la vita salva. Un discorso in totale contraddizione con quello che succede sul campo di battaglia. I bombardamenti delle brigate di Gheddafi non sono mai cessati sulla città e il numero delle vittime tra i civile è in costante aumento. Sia da una parte che dall’altra regna un clima di attesa. Per le truppe del colonnello, la missione sarebbe quello di dare l’assalto finale, per gli insorti l’imperativo sarebbe quello di una resistenza ad oltranza.

Intanto sul campo di battaglia si continua a combattere senza sosta. Diversi fronti sono ancora aperti. Quello a sud di Misurata, dove c’è l’aeroporto e l’accademia dell’aeronautica in prossimità di Ghiran, teatro di scontri armati nella giornata di lunedì 2 maggio tra i ribelli e le truppe governative del regime libico. Ad est, dalle parti di Karzaz e di Tommina, dove vengono lanciati i razzi in direzione del porto della città. Infine, ad ovest, dove si attende una massiccia avanzata di mezzi militari delle milizie di Gheddafi in provenienza di Zliten e di Dafnia. Su quest’ultimo fronte testimoni oculari hanno riportato che gli uomini di Gheddafi che stanziano nell’area, si muovono indossando maschere anti-gas. L’ennesimo disperato tentativo del regime, commenta uno dei capi degli insorti di Misurata per spaventare ulteriormente gli abitanti e farsi aprire la strada per entrare nel centro della città. Più di un combattente incontrato sul fronte mi ha espresso il desiderio di avanzare in direzione delle postazioni nemiche e forzare le brigate di Gheddafi a retrocedere per ridurre l’entità dei danni causati dai razzi sui civili. Ma alcuni capi degli insorti ci dicono che dal comando della Nato è stato dato l’ordine ai ribelli di non oltrepassare delle linee prefissate e questo non solo a Misurata ma anche sul versante est, dalle parti di Jdabia e di Brega, a circa 300 chilometri di Sirte.

Ma a Misurata ci sono a volte anche delle buone notizie come quelle dei bombardamenti Nato, lunedì 2 maggio, di importanti postazioni delle milizie di Gheddafi e la distruzione di un numero non indifferente del loro arsenale bellico usato in modo indiscriminato per causare più danni possibili alla città e ai suoi abitanti. L’ospedale Hikma è strapieno di civili feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni che necessitano un’immediata evacuazione verso ospedali più attrezzati. Ma per poterlo fare bisogna che la nave Red Star 1 che si trova a largo di Misurata da sabato 30 aprile abbia il via libera dalla Nato e dalle autorità portuali per attraccare.

Ho avuto modo in questi giorni trascorsi a Misurata nel bel mezzo di una guerra vera e propria di conoscere meglio i libici in generale e gli abitanti di Misurata in particolare. Prima di arrivare qui avevo alcuni pregiudizi nei confronti di un popolo rimasto in silenzio per decenni sotto la dittatura di Muammar Gheddafi. Una dittatura diffusa per decenni nell’intera regione del Maghreb. Cito soprattutto i tunisini per le mie origini non per altro. Il cittadino libico era in passato soggetto di scherno da parte del tunisino che gli domandava di abbassarsi ancora di più davanti alla tirannia di Gheddafi per permettere alla rivoluzione del gelsomino di sorvolare la Libia e atterrare in Egitto. Dopo la rivoluzione del 17 febbraio, lo sguardo a questo popolo è cambiato completamente. Ho conosciuto gente coraggiosa e determinata ad andare fino in fondo, affamato di libertà e pronta a morire sotto i bombardamenti per raggiungere il suo scopo. Il popolo Libico sembra aver oramai girato la pagina del passato e sta guardando fiducioso e con determinazione verso il futuro. La strada da percorrere sarà sicuramente lunga e molto travagliata. Ma dopo aver visto la volontà con la quale i giovani di Misurata affrontano la macchina bellica di Gheddafi, posso dire che il loro sogno si sta piano piano realizzando.

 

 

 

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