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Libia, La prima volta a Misurata

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Libia, La prima volta a Misurata

Fine aprile 2011

Ci sono voluto 38 ore di navigazione da Bengasi per raggiungere la città libica di Misurata. La Red Star 1 noleggiata dall’organizzazione internazionale per le migrazioni con bandiera Panamense è rimasta l’unica nave a garantire l’arrivo, ad un città assediata dalle brigate di Gheddafi, di aiuti umanitari e non solo. Oltre ai pochi giornalisti a Bordo, c’erano medici, rappresentanti di vari Ong, e giovani libici volontari diretti al fronte. Nella stiva qualcuno ci ha anche detto che c’erano armi destinati ai rivoltosi. A garantire l’incolumità dei giornalisti britannici mandati a Misurata c’erano due guardie del corpo statunitensi.

Appena scendiamo dalla nave ci rendiamo conto dell’entità dei danni subiti dal porto dopo ore e ore di continui bombardamenti da parte delle truppe lealiste di Gheddafi. Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 127 veicoli civili, con a bordo armi pesanti militari partiti dalla città di Sirte hanno tentato di avanzare dalla parte est di Misurata per tagliare la strada una volta per tutti all’arrivo di nuovi aiuti agli insorti. Ma dopo essere riusciti a conquistare la zona che dista solo due chilometri dal porto, le brigate di Gheddafi sono state costrette a ritirarsi, dopo l’intervento degli aeri della Nato che hanno bombardato le loro postazioni.

Ma succede a volte che gli aeri della Nato sbaglino bersaglio e colpiscano anche gli insorti. Ed è quello che è successo nel pomeriggio di mercoledì 27 aprile quando un aereo ha bombardato la postazione di una ventina di ribelli a 6 chilometri circa dal porto di Misurata. I ribelli hanno cercato di non diffondere la notizia per evitare di creare scompiglio tra i combattenti, impegnati sui vari fronti, ma sui volti della gente la frustrazione e la rabbia erano evidenti.

I corpi dei caduti, che qui chiamano martiri per la liberazione, sono stati trasportati all’unità sanitaria di Ksar Ahmed, non lontano dal luogo dove è avvenuto il bombardamento. La nostra fortuna di abitare a casa di uno dei capi degli insorti ci ha permesso di essere i primi testimoni, e forse gli unici dell’accaduto. Insieme a me c’erano una giornalista del sunday times, Mary Colvin e un collega free lance francese Christophe Dubois, che scrive per diversi quotidiani parigini. Lo spettacolo che si è presentato a noi una volta che ci hanno fatto entrare nella stanza, dove erano stati adagiati al suolo i corpi delle vittime, era straziante. Undici morti, avvolti dentro delle coperte di lana che lo staff medico era riuscito ad identificare. Tra loro uno senza testa. La dodicesima vittima non aveva nome ne cognome, era soltanto un cumulo di resti umani. Davanti all’unità sanitaria si era radunata una folla furiosa che non riusciva a comprendere l’ennesimo errore del fuoco amico. La nostra presenza sembrava non essere gradita, e c’era voluto del tempo per convincere la sicurezza a farci entrare per documentare l’accaduto. I parenti delle vittime che arrivavano uno alla volta nella stanza funebre sembravano rassegnati, uscivano dall’ospedale con le lacrime agli occhi ma fieri della prova di eroismo dei loro cari.

Sul campo i combattimenti tra gli insorti e le brigate di Gheddafi a Misurata sono cessati per ora. Si sentono in lontananza solo i rumori di proiettili di mortaio e di artiglieria. Alcuni video registrati dagli insorti a sud di Misurata mostrano alcune abitazioni civili colpite da razzi Grad, che sembrato a detta dei combattenti, di nuova generazione. Contengono una sostanza liquida strana che fa innescare una volta esplosi un fuoco nella zona colpita.

 

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