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Libia, piccoli Gheddafi crescono

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Libia, piccoli Gheddafi crescono

Archiviata l’era del Colonnello, a suon di bombardamenti degli aerei della Nato, sembra che si stia profilando in Libia un’era nuova, guidata questa volta da un Generale. Si tratta di Khalifa Haftar, l’uomo, che alcuni osservatori occidentali cominciano già a paragonare ad Al-Sisi, fautore del golpe del 3 luglio dell’anno scorso in Egitto, e che una parte della popolazione libica definisce come un militare fallito.

Haftar aveva già perso la guerra tra Libia e Chad negli anni 80, quando era comandante nell’esercito libico di Gheddafi, ma ora vuole vincere questa sua nuova battaglia. Tant’è, che anche se è un generale in congedo, l’uomo continua ad indossare la divisa militare. Per fare cosa ? liberare, a suo dire, il paese dai terroristi. E quando i media occidentali parlano di lui, mettono in evidenza che ha vissuto per 20 anni in esilio negli Stati Uniti, e che abitava, insieme alla sua famiglia in una casa che dista pochi chilometri dalla sede della CIA. Un indizio che ha portato tanti analisti ad affermare che dietro i recenti eventi, che stanno facendo ripiombare il paese nord africano nel caos, ci sarebbe lo zampino dell’amministrazione statunitense.

Il clima di instabilità e di insicurezza che ha conosciuto la Libia del post Rais, aveva preoccupato non poco sia le grandi potenze sia i paesi confinanti, come Tunisia, Egitto e Algeria. La città di Bengasi, culla della rivolta popolare contro Gheddafi, si è trasformata con il passare del tempo in una vera e propria polveriera. Basti pensare all’attacco contro il consolato statunitense e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens l’11 settembre 2012. Attentati contro le basi dell’esercito e contro le sedi delle forze di sicurezza sono stati all’ordine del giorno per parecchio tempo. E A tutto questo il generale Haftar vuole mettere la parola fine.

L’offensiva di Haftar è innanzitutto rivolta contro il potere centrale a Tripoli. La manovra parte però dalla sua regione, la Cirenaica dove può contare sull’appoggio delle tribù dell’Est. Un aereo da combattimento libico decolla, venerdì 16 maggio dalla base militare di Bnina, su ordine del generale e bombarda alcune postazioni delle milizie di Ansar Al-Sharia. Dopo il raid aereo cominciano violenti combattimenti tra il gruppo paramilitare, guidato da Haftar e le varie milizie armate che controllano la città. Due giorni dopo quell’incredibile raid aereo, che è stato condannato sia dal governo ballerino sia dal presidente dell’Assemblea Nazionale, ecco che lo scontro si sposta nel cuore della capitale. Un convoglio militare composto dalle tre principali milizie di Zenten, alleate di Haftar, si dirige verso la sede del parlamento. I miliziani fanno irruzione all’interno dell’edificio e prendono in ostaggio alcuni membri dell’Assemblea prima di fare rientro nelle loro basi, alle porte di Tripoli.

Ma è da Bengasi e per la seconda volta in poco più di tre anni che comincia la ribellione. Il colonnello Gheddafi aveva cercato nel 2011 di reprimere nel sangue e con la forza delle armi un’insurrezione popolare. Il convoglio che ha mandato a punire la città di Bengasi è stato sterminato il 19 marzo grazie all’intervento della Nato. Poco tempo dopo sono cominciate le defezioni e alla fine il dittatore è stato ucciso nella sua città natale a Sirte. Oggi ci troviamo di fronte ad un generale in congedo, già capo dell’opposizione armata contro Gheddafi, che intende usare la forza per sradicare, a suo dire i gruppi jihadisti dal paese. A lui e alla sua operazione denominata “Dignità” cominciano ad aderire in tanti. Tra i nomi più eccellenti ci sono l’ex premier Alì Zidane, l’attuale ambasciatore libico all’Onu Dabbashi, e il comandante delle forze aeree Al-Abani. Altri potrebbero schierarsi dalla parte di Haftar nei prossimi giorni.

Il generale per ora ha guadagnato diversi punti in questa sua crociata contro quello che chiama l’integralismo islamico. Ha imposto il congelamento dell’Assemblea Nazionale, e ottenuto, almeno per ora, il rinvio dell’insediamento del premier designato Ahmed Miitig, vicino ai fratelli musulmani. Sono state fissate, inoltre per il 25 giugno prossimo le elezioni del futuro parlamento. E Con ogni probabilità verrà affidato ai 60 membri della costituente, preseduta dall’ex ministro del petrolio Ali Tarhouni, e che ha sede a Beidha, in Cirenaica, il compito di scegliere i membri dell’ennesimo esecutivo di transizione del paese

Chi conosce bene la Libia, governata da un Colonnello, dalla sua famiglia e da una ristretta cerchia di fedelissimi per oltre 40 anni , conosce bene anche Khalifa Haftar e sa perfettamente che l’operazione militare orchestrata dal generale non è opera sua. Sullo sfondo di questo mosaico così complesso ci sono dei personaggi libici con capacità finanziarie enormi e che hanno ottimi rapporti con i servizi di mezzo mondo. Sono i fedelissimi di Gheddafi che hanno continuato a lavorare per lui anche dopo che lo hanno abbandonato nei primi giorni della rivolta. Tra questi ci limitiamo a citarne due: il cugino del Colonnello Ahmed Kaddaf Eddam e l’ex capo dei servizi segreti ed ex ministro degli affari esteri Moussa Koussa. Il primo era volato al Cairo dove ha annunciato la sua defezione. Il secondo aveva lasciato il paese, a fine marzo 2011, passando per Tunisi, Londra, Doha prima di stabilirsi a Riadh. E ora sembra che lavori per il monarca saudita.

Intanto la Corte Penale Internazionale ha rigettato la richiesta di Tripoli di processare in Libia il figlio dell’ex Rais Seif Al-Islam Gheddafi, attualmente in carcere a Zenten.Una decisione che potrebbe far intuire che qualcosa si sta muovendo nel paese per restaurare, almeno in parte, il vecchio regime vero baluardo contro al Qaeda e i jihadisti.

 

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