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Sguardo italiano e identità dell’altro

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Sguardo italiano e identità dell’altro

Quando una persona lascia il proprio paese per andare a vivere altrove si ritrova inevitabilmente a confronto con una realtà che non somiglia a quella che lascia alle sue spalle e costretto ad imparare altre lingue, altri linguaggi, altri codici. Appena l’emigrante varca la soglia d’ingresso del paese ospitante e veste l’abito dell’immigrato diventa subito l’oggetto di vari interrogativi da parte dei suoi acquisiti concittadini; e il principale soggetto di una nuova, lenta e progressiva trasformazione caratteriale nell’arduo tentativo di poter aderire in pieno alla nuova società che lo ha accolto. Come un accusato in un’aula di tribunale l’immigrato subisce i più disparati tipi di domande; e come una spugna comincia ad assorbire, consciamente o inconsciamente gli usi, le abitudini, e i modi di espressione di chi lo circonda nel suo nuovo universo.

Nell’introduzione al suo saggio « identités meurtrieres » uscito in Francia nel 1998 presso la casa editrice Editions Grasset & Fasquelle, lo scrittore libanese Amin Maalouf scrive quanto segue:

“ Da quando ho lasciato il Libano nel 1976 per trasferirmi in Francia, mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi “più francese” o “più libanese”. Rispondo invariabilmente: “L’uno e l’altro!”. Non per scrupolo di equilibrio o di equità, ma perché, rispondendo in maniera differente, mentirei”

Un’analoga domanda mi è stata posta più volte, e immagino sia stata posta a tanti altri immigrati come me che vivono e lavorano in Italia. E non vorrei dilungarmi qui sul tipo di risposta che viene data di solito ad una domanda del genere. Non credo ne valga la pena. Quello che invece mi ha sempre appassionato, in quanto nuovo arrivato, e attento osservatore di quello che mi succede intorno, è stato il modo di comunicare fra la gente. Per venti anni ho avuto una strana reazione ogni volta che ho sentito qualcuno dire, rivolgendosi al suo interlocutore la seguente espressione: “ ma che parli arabo”. La mia non era la reazione di una persona offesa, e non derivava dal fatto che io sia “anche” arabo, ma dal forte significato rivelatore che si cela dietro una simile esclamazione. Il primo e più importante insegnamento che ho tratto da situazioni del genere è stata la scoperta dell’esistenza di un problema di comunicazione fra la gente. Questo problema viene accentuato ancora di più quando la comunicazione avviene fra un autoctono e uno straniero. Usare l’espressione “ma che parli arabo” mi ha svelato come in Italia esiste a priori una forte resistenza all’apertura nei confronti dell’altro, del diverso, di ciò che non si conosce. Usare la metafora della lingua araba, in quanto lingua inaccessibile ai più, quando si vuole sottolineare l’ambiguità, l’incomprensione o l’irrazionalità di un discorso denota a mio avviso il rifiuto in partenza da parte del ricevitore di posare uno sguardo più attento verso l’esterno e di dotarsi di adeguati mezzi per poter decodificare il messaggio del trasmettitore. La resistenza all’apertura e il rifiuto di comprendere il diverso si possono riscontrare ogni qual volta si parla di un argomento cosi complesso come quello dell’immigrazione.

Non è un caso che abbia citato l’autore libanese Amin Maalouf, e il suo saggio “identités meurtrieres” che considero una autorevole referenza per chi vuole approfondire tematiche come quella su “migrazioni e identità”. L’importanza del suo testo non risiede per quanto mi riguarda esclusivamente nel tema trattato che è quello appunto sull’identità; ma nel modo con cui è stato recepito dall’editore italiano che lo ha tradotto, e in questo caso si tratta della casa editrice Bompiani, e lo ha presentato al lettore italiano. Invece di rimanere fedele al titolo originale, che dovrebbe essere “identità omicide”, una grande impresa produttrice di cultura in questo paese ha preferito dare al testo un generico e astratto titolo come quello di “l’identità”, storpiando cosi facendo il messaggio dell’autore, e mettendo sul mercato un prodotto il cui titolo ha poco a che vedere con il suo vero contenuto. Un altro evidente e chiaro esempio di come tra trasmettitore e ricevente c’è una falla. Mentre uno parla, l’altro non ascolta quello che dice, ma solo quello che vuole ascoltare. Mentre uno parla l’altro ha già deciso e modellato a suo piacimento il contenuto del messaggio in corso di trasmissione. L’etichetta da porre sul prodotto finale è pronta prima ancora che finisse il discorso. Lo sguardo del ricevente rimane immutato dall’inizio fino alla fine del processo di trasmissione.

L’esistenza di incomunicabilità in una società come quella italiana, dove convivono fianco a fianco da alcuni anni una popolazione autoctona maggioritaria detentrice di una cultura locale, e una popolazione minoritaria composta di nuovi arrivati portatori di tradizioni differenti porta inevitabilmente alla manifestazione di tensioni identitarie. Tensioni che sono determinate nella maggior parte dei casi, come ce lo ricorda lo scrittore libanese nel suo saggio “identità omicide” da due concezioni estreme vis-à-vis della immigrazione e degli immigrati. “una che vede il paese di accoglienza come una pagina bianca su cui ciascuno potrebbe scrivere ciò che gli piace. Un’altra che vede il paese di accoglienza come una terra le cui leggi, i cui valori, le cui caratteristiche culturali e umane sarebbero già fissati una volta per tutte, e a cui gli immigrati non dovrebbero far altro che conformarsi”. Due visioni ugualmente prive di realismo, sterili e nocive. Una via di mezzo andrebbe per forza ricercata.

Personalmente sono sempre stato contro ogni forma di estremismo. Ho lasciato il mio paese di origine consapevole di andare a vivere in un paese che ha le sue regole e le sue leggi, ma nello stesso tempo fiero della mia cultura e della identità che fino al momento della mia partenza mi sono costruito. Un’identità che non era imbevuta solo delle mie radici arabo musulmane, ma anche del pensiero e della cultura occidentali. Sono arrivato in Italia credendo di essere un cittadino del mondo, desideroso di esplorare nuovi orizzonti. Col passar del tempo ho fatto tante scoperte, alcune sono insegnamenti veri e propri della vita, altre relative alla personalità che mi sono portato appresso. Parlo della scoperta del mio “io” perché lo è stato veramente, in modo graduale e costante. La scoperta del mio “io” veniva sempre dettata dallo sguardo degli altri; da coloro che mi hanno ospitato. E’ cosi che ho preso coscienza delle mie origini africane alle quale non avevo mai pensato prima, giacché mi consideravo semplicemente un cittadino tunisino in primo luogo e arabo in un secondo momento. L’etichetta di immigrato mi è stata appiccicata pochi mesi dopo il mio arrivo in Italia. A metà degli anni novanta la parola d’ordine era il “Mare Nostrum”, e di colpo sono diventato mediterraneo. Ricordo di non avere mai ostentato il mio essere “anche” di confessione musulmana, perché avevo sempre pensato che la religione fosse una questione privata fra Dio e le sue creature. Sono sempre stati gli altri a ricordarmelo, soprattutto dopo l’undici di settembre. Devo anche ammettere che in alcuni casi mi è stato riconosciuto lo status di italo-tunisino, soprattutto quando mi comportavo in conformità a come mi volevano vedere gli altri. Divento invece cittadino italiano a tutti gli effetti quando la società di accoglienza decide che tra diversi mali bisogna scegliere quello minore. E cioè quando vengo paragonato alle comunità straniere di più recente arrivo, come quella bengalesi, o rumena.

Debbo dire che sono riuscito ad assumere durante questi anni tutte le componenti della mia identità, che considero elementi di arricchimento. E’ un bene essere nello stesso tempo tunisino, arabo, musulmano, mediterraneo, africano e quant’altro. Confesso pero che è la componente italiana del mio carattere che mi crea un po’ di difficoltà. Non che io abbia voglia di ripudiarla, ma mi piacerebbe migliorarla. Dico questo perché quella componente italiana che costituisce parte della mia identità composta ha tendenza a voler far tacere tutte le altre componenti della mia personalità e a prendere il sopravvento. Quella componente che vede in me e in tanti altri immigrati come me il nemico da abbattere, il soggetto da omologare mi impoverisce.

Amin Maalouf sostiene “che lo sguardo rinchiude spesso gli altri nelle loro più strette appartenenze”. Una affermazione che condivido in pieno. Ho vissuto sulla mia propria pelle quella esperienza, e il risultato non mi è piaciuto affatto. Non so come, ma quello sguardo nefasto e unilaterale sembra aver contagiato anche me e ora me ne vorrei affrancare. Vorrei tornare a credere che bisogna rispettare la cultura dell’immigrato per indurlo ad aprirsi a tutte le altre culture, compresa quella del paese di accoglienza. Dico vorrei perché con gli anni ho fatto dello sguardo che veniva posato su di me un parametro di giudizio, o di pregiudizio, per rinchiudere altre comunità straniere, come quella cinese, bengalese o rumena nelle loro più strette appartenenze. Ed è per questo che invito tutti, me compreso, ad ammettere che nella molteplicità che compone una identità bisogna vedere una ricchezza e non un flagello dei tempi moderni.

Vorrei concludere dicendo a quelli che vogliono imparare la lingua araba, che può sembrare indecifrabile, di considerarla una lingua come tutte le altre dalla partenza e senza avere pregiudizi.

Vorrei concludere dicendo a chi produce cultura in questo paese di accostare le culture degli altri con più umiltà e saggezza.

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