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Siria, Confini chiusi ai giornalisti

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Siria, Confini chiusi ai giornalisti

Aprile 2012

13 mesi dopo l’inizio della rivolta popolare in Siria il regime di Bashar Al Assad continua a tenere i confini del paese chiusi di fronte alle tante richieste di giornalisti occidentali e non che vogliono recarsi nel paese Mediorientale. Le precedenti così dette rivoluzioni che hanno scosso paesi come Tunisia, Egitto e Libia hanno servito da lezione. Le telecamere dei media sono diventate più pericolose di qualsiasi altro tipo di armamento per i regimi dittatoriali. Alcuni colleghi come il francese Remy Oshlik, la statunitense Marie Colvin o altri ancora, che hanno osato sfidare l’embargo mediatico, e che ora riposano in pace, ne hanno pagato le conseguenze con la propria vita. I colleghi caduti sul campo e quelli rimasti feriti durante i bombardamenti di Homs, sembrano aver servito da lezione ad altri colleghi. Ora i giornalisti devono pensare un miliardo di volte prima di entrare in Siria. Il messaggio sembra essere stato recepito, eccome!

Per avere immagini dall’interno della Siria bisogna cercare video di attivisti su You Tube, mostrano la brutalità con la quale la macchina bellica del regime sta tentando di reprimere la ribellione. Di tanto in tanto qualche giornalista temerario riusciva a varcare il confine clandestinamente, per poco tempo, riuscendo a portare a casa immagini quasi rubate che raccontano la sofferenza del popolo siriano. Ma da metà marzo, quando le forze di sicurezza del regime hanno cominciato la loro avanzata in direzione della provincia di Idlib, nel nord ovest del paese, spingendosi fino alla linea di confine della vicina Turchia l’accesso in territorio siriano è diventato impossibile. Centinaia di mezzi blindati e migliaia di soldati siriani stanziano oramai lungo il confine per impedire, a detta del regime, l’infiltrazione di terroristi. E per intimorire di più chi ha ancora dubbi sulle intenzione del governo di damsco l’esercito regolare non ha esitato ad aprire il fuoco, giorni fa contro i rifugiati siriani ospitati nel campo profughi di Killis che dista pochi centinaia di metri dalla linea di confine.

Presente con un discreto numero di operatori e di giornalisti, nei paesi della così primavera araba, l’emittente pan-araba al Jazeera ha avuto a sua volta difficoltà nel seguire gli eventi della crisi siriana dall’interno del paese. Due dei suoi giornalisti sono riusciti ad entrare in Siria accompagnati dai alcuni membri dell’esercito libero siriano per pochi giorni e a realizzare alcuni servizi. Ma siccome la televisione si fa ogni giorno, e che bisogna avere immagini fresche di quello che accade all’interno, l’mittente ha trovato la geniale idea di creare una rete di corrispondenti siriani residenti in diverse province del paese. I nuovi soldati mediatici sono diventati una delle poche fonti a cui attingere per seguire gli sviluppi sul campo. Dotati di apparecchiature di comunicazione moderne, fatte arrivare in territorio siriano, questi giovani si spostano da un quartiere all’altro di Homs, Halab, e Hama e riprendono quello che accade quasi in tempo reale. Le apparecchiature satellitari che usano consente loro delle volte di assicurare la messa in onda, in leggera differita, di manifestazioni che si organizzano nel paese.

La febbre di voler documentare con le immagini e raccontare la sofferenze del popolo siriano sembra aver contagiato i rifugiati siriani che hanno eletto residenza, contro la propria volontà in Turchia. Non c’è un rifugiato con cui abbia parlato che non mi abbia chiesto di regalargli una piccola telecamera. I siriani che hanno fuggito la violenza dal proprio paese si sentono in dovere di contribuire, anche dall’esterno, di sostenere la lotta contro il regime di Bashar Al Assad. All’inzio i rifugiati hanno cominciato a fare delle riprese con il cellulare e a pubblicare i filmati sui social network e sul web. Nella maggior parte dei casi sono immagini dei campi profughi, degli sfollati che arrivano al confine e dei feriti che fuggono dalla Siria per trovare riparo in Turchia. Dopo i recenti drammatici sviluppi sulla linea di confine tra Siria e Turchia i rifugiati, nel campo di Killis, hanno cominciato a cercare apparecchi più idonei per filmare questi eventi. Le immagini dei telefonini, come si sa, non hanno un’ottima risoluzione e perdono di qualità una volta scaricate nella web. Così è iniziata la caccia alle telecamere e agli iphone che hanno la capacità di fare riprese in alta definizione.

Il popolo siriano sta chiedendo di tutto, alla comunità internazionale, per mettere fine alla sua sofferenza: armare l’esercito libero, creare una zona cuscinetto, proteggere i civili dai continui bombardamenti delle forze di sicurezza di Assad. I profughi siriani nel campo di Killis si limitano a chiedere invece, agli stranieri con cui vengono in contatto, di farli un dono: una semplice videocamera che non costi molto. La lotta contro l’embargo mediatico imposto dal regime siriano si può fare anche con l’aiuto di questi giovani fieri rifugiati.

 

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