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Siria, Il cimitero dei giornalisti

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Siria, Il cimitero dei giornalisti

Aprile 2012

Il Presidente siriano Bashar Al Assad sembra aver imparato parecchio dalle così dette rivoluzioni della primavera araba, scoppiate in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen. Dopo la fuga dell’ex Presidente tunisino Ben Alì e le dimissioni del Faraone d’Egitto Hosni Mubarak il regime siriano ha capito, che per poter rimanere in sella, bisognava impedire ai media di raccontare quello che accade realmente all’interno del paese. La massiccia militarizzazione dell’intero paese per soffocare alla nascita le prime manifestazioni di protesta a Deraa, nel sud del paese, doveva rimanere un affare interno. Nessuna telecamera straniera poteva accedere in Siria per riprendere i bombardamenti, i raid aerei e gli arresti di massa da parte delle forze di sicurezza, impegnate a far tacere le contestazioni di un popolo che ha deciso di ribellarsi, sceso in piazza per rivendicare il suo diritto alla libertà e alla dignità.

Per mesi la crisi siriana è stata raccontata dalla periferia. Corrispondenti e inviati di mezzo mondo sono corsi in Turchia, Libano e Giordania, lungo la linea di confine siriana per raccontare l’esodo di migliaia di profughi in fuga dalla violenza e dai continui bombardamenti dell’esercito regolare. Un esercito di giornalisti free lance si è mosso a sua volta, scegliendo soprattutto la Turchia come luogo di raccolta, pronto a varcare il confine e fare il suo ingresso nel paese Mediorientale. Ma il massiccio presidio dei carri armati del regime, l’invio di nuove truppe dell’esercito siriano lungo la linea di confine, e la semina di mine anti persone nei pressi del confine con la Turchia e il Libano hanno avuto la meglio e impedito ai più di tentare l’avventura.

I pochi giornalisti che hanno sfidato l’embargo mediatico imposto dal regime come il francese Remy Oshlik, o la statunitense Marie Colvin hanno pagato un caro prezzo, perdendo la propria vita a Homs. Anche chi ha scelto, tra gli inviati di entrare con un visto regolare nel paese, come il giornalista di France 2 Gilles Jacquier, non è stato risparmiato. Jaquier è stato raggiunto da un razzo mentre riprendeva un corteo pro Assad a Homs, la città simbolo della rivoluzione diventata anche il cimitero dei giornalisti stranieri. Gli inviati in Siria che non sono stati uccisi hanno lasciato il paese con un bel ricordo: una ferita almeno oppure un organo rotto.

Colpire uno per educarne cento. Questo sembra essere stato il motto di Bashar Al assad che si è subito reso conto della pericolosità dei mezzi di comunicazione. Il regime siriano era riuscito a terrorizzare per decenni il proprio popolo, che ha subito a lungo tutti i tipi di malversazione. Tanta gente che abbiamo incontrato nei vari villaggi in Provincia di idlib sembrano ancora spaventati da eventuali ritorsioni che il regime potrebbe infliggere ancora agli abitanti. I civili con cui abbiamo parlato, visitando i Villaggi di kafar Takharim, Taftanaz, Killi, Ram Himdane e altri hanno sempre preferito non apparire in video. Parlano di “rivolta orfana” che fa temere loro rappresaglie da parte delle forze di sicurezza del governo e delle sue milizie armate. Gli insorti siriani dicono di non avere paura di morire ma sono terrorizzati dall’idea di finire nelle mani dei servizi segreti del regime. A forza di sentire storie sui metodi di tortura usati nei commissariati di polizia e nelle prigioni siriane, ho cominciato pure io a preferire la morte piuttosto che essere catturato vivo, in qualche posto di blocco volante. Strappare le unghie delle dita ai detenuti, infilare un bastone ( Khazouq) nel sedere e fare sanguinare il dissidente dal basso, usare un trapano per bucare il braccio o la gamba di un prigioniero sono solo alcuni degli esempi che alcuni ex detenuti mi hanno narrato. La maggior parte di loro vive ora sotto assedio nei diversi villaggi della Provincia di idlib, o si nasconde nelle montagne per non subire altre torture in caso di arresto.

La nostra permanenza durata una settimana in Siria, girando per la Provincia di idlib ci ha permesso di raccogliere solo una parte di quello che sta accadendo nel paese. Città come Homs, Hama e Halab rimangono ancora inaccessibili ai giornalisti, a causa della presenza di posti di blocco ovunque nel paese. Tutte le strade sono sotto il controllo stretto dell’esercito regolare che sta compiendo, oltre ai continui bombardamenti, un assedio asfissiante intorno alle così dette zone turbolenti. Abbiamo avuto tanta fatica per raggiungere alcuni villaggi che non distano molto dalla città di idlib. Alcuni amici incontrati al mio ritorno in Turchia mi hanno chiesto il motivo per cui un inviato deve rischiare la vita e addentrarsi in territorio siriano illegalmente. Pensavano che fosse il lauto guadagno che percepisce un inviato o il desiderio di realizzare uno scoop la vera spinta. Ho dovuto spiegare loro che contrariamente a quanto pensa tanta gente, un inviato in zona di guerra non guadagna più del suo normale stipendio mensile. Finora i network che sono riusciti ad entrare in Siria per documentare quello che accade, non più dalla periferia ma dal centro degli eventi, sono Al Jazeera, La BBC e la Rai. E i loro inviati non sono folli con manie suicidare, ma professionisti curiosi, che cercano di svolgere il proprio lavoro con le dovute cautele per informare il mondo di quello che sta subendo il popolo siriano e tentare di sconfiggere quella paura che si è impossessata della maggior parte dei giornalisti.

 

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