subscribe: Posts | Comments

Siria, il puzzle dei Jihadisti

0 comments
Siria, il puzzle dei Jihadisti

Un amico siriano, che vive in esilio in Austria da decenni, mi ha chiamato di recente per chiedermi di aiutarlo a diffondere un messaggio importante nei paesi del Maghreb e in particolar modo, in Tunisia. L’amico, che qui chiameremo Abdallah, è originario della città di Deir-Ezzour, nel nord-est della Siria ed è in stretto contatto con gli ufficiali dell’esercito libero siriano e con i gruppi armati dell’opposizione presenti in quella provincia. Un video pubblicato in questi giorni su you tube (https://www.youtube.com/watch?v=aINk84-ozak&feature=player_embedded) mostra alcuni giovani di origini maghrebini, che combattevano al fianco dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, mentre venivano catturati poi giustiziati dai ribelli di Sharquiya, nella provincia est di Deir Ezzour. L’appello di Abdallah è quello di lanciare una campagna di sensibilizzazione in Tunisia, Algeria, Marocco e Libia per fermare il flusso dei Jihadisti maghrebini alla volta della Siria.

La pubblicazione del video sui social network ha permesso di risalire all’identità del Jihadista tunisino, nella foto, e di conoscere alcuni dettagli della sua vita. Luay Tbaibi, questo il suo nome, e ha poco più di 26 anni. E’ figlio di un padre tunisino e di una madre irachena. Subito dopo essersi laureato dall’Istituto Superiore di Scienze Applicate e di Tecnologie ha deciso di andare a combattere in Siria. Tra gli altri elementi forniti dai media tunisine scopriamo che Luay è originario di un quartiere degradato della capitale, Wad-Ellil, un covo vero e proprio di integralisti islamici nel paese. Luay non è il primo, e non sarà di certo l’ultimo tunisino, ad essersi avventurato nel pantano siriano. La lista è lunga, e una prima stima dei Jihadisti tunisini presenti in Siria fornita dal governo parla di circa 3000 combattenti, anche se non ci sono finora cifre esatte. Ma il punto è un altro. Come siamo arrivati a questa situazione, a poco più di tre anni dall’inizio della rivolta popolare contro il regime di Assad ?

Durante i miei viaggi in Siria, dall’aprile del 2012 e fino al mese di marzo 2013, mi è capitato di incontrare combattenti stranieri nelle fila dell’opposizione armata. Ricordo due tunisini, originari della Città di Jendouba, che si sono uniti ai ribelli di Kfar Takharim, nella provincia di Idlib. Quando sono tornato nello stesso villaggio, un anno dopo, mi hanno raccontato che si sono fatti esplodere in un check point dell’esercito regolare ad Aleppo. Al loro posto, ho incontrato altri Jihadisti stranieri tra cui una decina di tunisini, tutti affiliati a gruppi estremisti. Uno di loro aveva stimato allora, e stiamo parlando di marzo 2013, il numero complessivo dei combattenti tunisini in tutta la Siria a qualche centinaio. Dall’inizio della rivolta armata e fino all’inizio del 2013, tutti i Jihadisti che entravano in Siria, dopo aver fatto tappa di solito in Libia, per combattere contro il regime si aggregavano nella maggior parte dei casi al Fronte islamico Al-Nusra. Un gruppo armato, composto nella maggior parte dei casi da siriani e da un numero molto ridotto di stranieri, Gli Ansar. In arabo vuol dire “i Sostenitori in guerra”, chiamati alle armi per soccorrere i loro fratelli più deboli. Da testimone oculare posso affermare che sono stati lo zoccolo duro della resistenza armata fino a un anno e mezzo fa.

Il fronte Al-Nusra era riuscito ad infliggere grosse perdite alle forze governative e aveva soprattutto impedito all’esercito regolare di occupare zone e quartieri strategici ad Aleppo e provincia, a Raqqa e provincia, e nella regione di Idlib, nel nord-ovest della Siria. Le sue eroiche imprese sul campo di battaglia lo avevano accreditato, negli occhi della popolazione civile come unica forza militare capace di sconfiggere le forze di sicurezza di Assad.

Durante la mia ultima trasferta in Siria che mi aveva portato a marzo 2013 prima a Kafr Zita, in provincia di Hama poi in alcuni città della provincia di Idlib, avevo capito dopo pochi giorni di permanenza, che la situazione nel paese era cambiato molto rispetto alle volte precedenti. Direi in peggio. Avevo condiviso quelle mie impressioni con alcuni colleghi che si stavano preparando per entrare in Siria. La situazione sui vari campi di battaglia era un vero disastro per le forze governative. I ribelli armati erano arrivati alle porte di Damasco, nella centrale piazza degli Abbassidi, a ridosso del Quartiere Jubar. Forze dell’esercito libero e alcune milizie armate erano riuscite a controllare una parte importante dell’autostrada che collega la capitale siriana alla Giordania. E’ a questo punto che Assad ha cominciato a mettere in applicazione il suo diabolico piano: bombardare alcune zone della provincia di Damasco con armi chimiche da una parte, e infiltrare i gruppi armati più estremisti, vale a dire Il fronte di Al-Nusra dall’altra.

Così, un numero imprecisato di ufficiali dell’esercito regolare sotto copertura, di delinquenti comuni, e di ex prigionieri islamici ha iniziato il viaggio in direzione delle città in mano ai ribelli. Gli emissari di Assad hanno, prima infiltrato il fronte Al-Nusra per discreditarlo e svuotarlo dai suoi combattenti più agguerriti, poi hanno costituito le loro proprie milizie. Nacquero così le brigate di Mujahidin, combattenti locali, e Gli Ansar, combattenti stranieri, entrambi i gruppi affiliati allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS). E dopo due o tre operazioni contro i check point dell’esercito regolare ecco che il gioco è fatto. Da quel momento in poi, i combattenti armati dell’ISIS hanno cominciato a guadagnare la fiducia degli abitanti. Si sono quindi posizionati nelle zone in mano ad altri ribelli, per coprire l’avanzata delle forze di sicurezza del regime e permettere loro di guadagnare finalmente terreno dal punto di vista militare, in città come Aleppo e Raqqa, per esempio. Con le operazioni inziali compiute contro le forze governative, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante voleva colpire due piccioni con una sola fava: eliminare, parte di quell’esercito di combattenti stranieri anti Assad, affidando loro operazioni kamikaze contro edifici governativi, e guadagnare nello stesso tempo la simpatia della popolazione civile prima di cominciare a sterminarla. Tanto dei soldati uccisi per mano dell’ISIS, Al Rais siriano non importava niente, uno in più o uno in meno non faceva differenza.

La strategia di Assad aveva funzionato alla grande. Non solo il Rais è riuscito a convincere la comunità internazionale che chi combatte in Siria è un gruppo di terroristi sanguinari, ma è riuscito anche ad avanzare militarmente in città e province che fino a poco tempo fa erano inespugnabili per l’esercito regolare e per le milizie libanesi degli Hezbollah. La guerra per procura scoppiata in seguito tra lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante e l’opposizione armata, soprattutto ad Aleppo e a Raqqa, ha permesso al regime di concentrarsi su altri fronti come quello di Deraa a sud, o quello di Homs al centro.

Per tornare ora all’appello del mio amico Abdallah, non posso che aderire ad una tale iniziativa. So che il governo tunisino sta facendo il possibile per mettere fine al flagello delle partenze di Jihadisti prima in Libia poi in Siria. Il problema è che sia il mio amico sia alcuni alti ufficiali dell’esercito libero siriano incontrati in passato in Turchia avevano incoraggiato e favorito l’ingresso di combattenti stranieri in territorio siriano. Ma ora che sono diventati un peso vogliono sacrificarli, senza sapere però come fare. Chissà magari se ne occuperanno le grandi potenze, che hanno permesso a loro volta il confluire di questo gran numero di Jihadisti nel paese, sapendo che una volta radunati in unico posto li avrebbero fatti tutti fuori! Aspettiamo la fine della guerra per tirare le somme.

Share

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *